Sottoprodotto vs Materia Prima Seconda

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Economia 03 Maggio, 2020

Sottoprodotto vs Materia Prima Seconda

L’economia circolare punta alla rigenerazione della materia in un circolo virtuoso e potenzialmente infinito. Se l’approccio circolare venisse applicato a pieno regime, in linea teorica i rifiuti non esisterebbero, semplicemente perché non verrebbero prodotti.

Lo scarto di tipo organico torna alla terra se non ha un uso diverso. Lo scarto di tipo non organico torna ad essere materia del circolo virtuoso. Nell’economia circolare gli scarti hanno un valore tanto da cambiare nome. Si parla infatti di sottoprodotti e materia prima seconda.

Cerchiamo di capire cosa sono e, soprattutto, qual è la differenza tra i due.

Per sottoprodotto si intende un prodotto secondario della produzione industriale di altri prodotti, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto. Oltre a questo, la normativa specifica (crf. art. 184 bis del D.Lgs. 152/06) stabilisce altri tre requisiti che devono essere soddisfatti contemporaneamente che riguardano, in sintesi: la certezza dell’utilizzo del materiale da parte del produttore o di terzi; la possibilità che il materiale sia utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale; l’ulteriore utilizzo deve essere legale, ossia non comportare impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana."

Chi deve curarsi di fornire gli elementi atti a dimostrare la sussistenza contemporanea delle condizioni richieste dalla normativa affinché un materiale possa essere considerato sottoprodotto e non rifiuto? Sicuramente il produttore e l’utilizzatore. E come devono farlo? Va dimostrata l’organizzazione e la continuità di un sistema di gestione, del quale fanno parte le fasi di deposito e trasporto, che, per tempi e per modalità, consenta l’identificazione e l’utilizzazione effettiva del sottoprodotto. A tal fine, l’esistenza di rapporti o impegni contrattuali tra il produttore del residuo, eventuali intermediari, e gli utilizzatori sono sicuramente rilevanti. Nel caso di assenza di veri e propri accordi, assume rilevanza la scheda tecnica predisposta dal produttore che evidenzia il rispetto delle condizioni del Decreto.

Perché mai un produttore di sottoprodotti dovrebbe imbarcarsi nel processo del loro riconoscimento come tali e non trattali semplicemente come rifiuti? Innanzitutto per preservare l’ambiente in cui viviamo! Ma anche per recuperare opportunità economiche: diminuire la quantità di rifiuti prodotti consente di diminuire i costi di smaltimento; ottenere un sottoprodotto in quanto vero e proprio prodotto commerciabile porta all’azienda un introito dalla vendita. Non dimentichiamoci infine delle comunicazioni aziendali, su base volontaria o obbligatoria a seconda dell’impresa, relative alle pratiche di sostenibilità adottate.

Per favorire lo scambio di sottoprodotti il Ministero dell’Ambiente ha istituito una piattaforma telematica alla quale possono iscriversi i produttori interessati a cedere residui produttivi qualificabili come sottoprodotti e gli utilizzatori di sottoprodotti interessati ad acquistarli per l'impiego nell’ambito della propria attività.

Qualche esempio di sottoprodotto? Il settore agro-alimentare costituisce uno dei comparti produttivi cui sono attribuite le più elevate produzioni di scarti a livello europeo. La fine di molti sottoprodotti del settore è legata alla produzione di bioenergie ma anche di mangimi per animali. Un altro esempio è costituito dal sale da salatura delle carni, che può essere utilizzato come antighiaccio per i manti stradali. Si pensi anche agli scarti dell’olio d’oliva, che sono ricchi di polifenoli, dall’azione antiossidante, e che potrebbero essere utilizzati in integratori alimentari e farmaci oppure arricchire preparati a base dello stesso olio d’oliva, generando superfood.

La materia prima seconda (MPS) rappresenta la Cenerentola della situazione, in quanto origina da materiale di scarto originariamente classificabile come rifiuto che, opportunamente trattato attraverso operazioni, che solitamente prevedono macinazione, lavaggio e vari stadi di asportazione delle frazioni indesiderate, si trasforma in materiale qualitativamente equiparabile alla materia prima. L’importante differenza con la materia prima è che la materia seconda non è scarsa. Il felice connubio tra rispetto e protezione dell’ambiente ed il recupero dei materiali di scarto consente di reinserire nel processo produttivo quelli che prima sarebbero stati rifiuti.

La definizione dei materia prima seconda è stata superata in realtà con l’introduzione del concetto di “end-of-waste” ossa di “cessazione della qualifica di rifiuto”, disciplinato dall’art. 184-ter del D.Lgs. 152/2006. La nuova normativa si riferisce all’intero processo di recupero eseguito su di un rifiuto, al termine del quale il materiale perde la qualifica di rifiuto e assume quella di prodotto. Alterne e contrastanti vicende giudiziali e legislative hanno portato a una nuova formulazione di questo articolo: le questioni più importanti hanno riguardato la riformulazione delle condizioni in base alle quali un rifiuto può cessare di essere tale e la necessità, in mancanza di criteri specifici, di richiedere le autorizzazioni agli enti regionali attraverso valutazioni caso per caso. Presso il Ministero dell’Ambiente è stata costituita una task force per i decreti ministeriali caso per caso e la realizzazione di una banca dati nazionale sulle autorizzazioni che vengono rilasciate e quelle che man mano dovranno adeguarsi in fase di rinnovo o riesame.

Alcuni esempi comuni di materia prima seconda sono: lo zolfo di scarto, ottenuto a seguito dell’estrazione dei metalli dai suoi composti metalliferi, che viene riutilizzato e venduto ad un prezzo più basso rispetto allo zolfo nativo; il materiale edile, derivante da demolizioni e frantumazione degli inerti, riutilizzabili con grandissima efficienza ed efficacia come prodotto, a grana diversa, per sottofondi, drenaggi, riempimenti nel settore edile.

Con la firma del secondo decreto “End of Waste” di inizio aprile smettono di finire smaltiti tra i rifiuti ed entrano a far parte dell’economia circolare come materia prima seconda anche gli pneumatici fuori uso. Questi materiali saranno trasformati in granuli da utilizzare nel settore degli asfalti stradali, nell’impiantistica sportiva, dell’edilizia e dell’arredo urbano.

Infine, è interessante citare la scoperta di un secondo uso delle trebbie, scarto della lavorazione della birra, che ritrovano nuova vita grazie a un processo di pressatura in birrificio e poi una successiva essiccazione ad alta efficienza energetica e di tempo. Grazie a questa lavorazione dalle trebbie si ottiene una farina ricca di proteine e fibre. Sostanze che riducono il rischio di malattia coronarica e stimolano la risposta antinfiammatoria dell’organismo. La farina prodotta può essere usata per produrre integratori oppure, in combinazione con altri ingredienti, prodotti da forno e snack.

Chi dovrebbe interessarsi al mondo dell’end of waste? Aziende innovatrici, altamente specializzate, interessate a trovare lavoro e spazio in un mercato ancora da conquistare.

Ovviamente l’economia circolare non è solo recupero di scarti. Ma pensando a questo ambito in particolare si può definire la morale della favola dell’economia circolare: non si butta via niente!

.ti guardi allo specchio e ti dai del deficiente

perché lo sai che della vita non si butta via niente.

(MINA)

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