Nascita di un’impresa circolare

Immagine by facebook.com/impresacircolare/

Alcuni dei grandi problemi del nostro tempo riguardano senza dubbio le emissioni inquinanti a danno di terra, mare e aria nonché l’utilizzo di risorse presenti in natura in misura limitata. L’economia circolare rappresenta una possibile soluzione, che però richiede un cambiamento radicale, sistemi innovativi per (ri)pensare i processi produttivi e le abitudini di consumo.

Se l’economia lineare si fonda sul paradigma “estrai-produci-consuma-getta”, nell’economia circolare la parola d’ordine è rigenerare, assumendo che ogni scarto possa essere materia prima.

 

Ma cosa fanno le aziende che si rendono conto della pressione esercitata dalla progettazione industriale lineare, ossia degenerativa, sui limiti fisici della Terra?

 

La primissima reazione solitamente è non fare proprio niente. Del resto perché cambiare un modello di business che oggi garantisce ingenti ritorni economici? Tuttavia, i tempi stanno cambiando rapidamente. Se ne rendono conto soprattutto quelle aziende che intrattengono rapporti commerciali su scala globale, le cui forniture di prodotti agricoli, ad esempio, sono esposte sia quantitativamente che qualitativamente agli impatti dell’innalzamento delle temperature. Ebbene sì, i cambiamenti climatici costituiscono un rischio per l’impresa. E’ destinato a segnare un passaggio epocale l’annuncio di BlackRock, la più grande società di investimento al mondo, che d’ora in avanti impronterà le proprie scelte di investimento contro le aziende nemiche del clima e che moltiplicherà i propri sforzi a sostegno della green economy. Siamo di fronte al risveglio di ideali ambientalisti nei signori della finanza? Assolutamente no, quello che sta succedendo riguarda la presa di coscienza e la conseguente gestione del rischio climatico, potenzialmente produttivo di ingenti perdite finanziarie per le società di investimento e per le imprese.

 

Cosa fare quindi?

 

Quando l’azienda si rende conto che non fare niente non è più una strategia conveniente, inizia a fare ciò che ripaga, cioè a pianificare e a mettere in atto politiche di gestione del rischio oltre che ad implementare misure per l’efficienza ecologica che tagliano i costi o rafforzano l’azienda, come ad esempio tagliare le emissioni di inquinanti e ridurre l’uso di acqua.

Ma l’azienda comincia a fare sul serio solo quando inizia a fare la propria parte nella conversione alla sostenibilità. Alcuni esempi vengono dal mondo bancario. La banca sudafricana Nedbank e l’italianissima Banca Intesa sono già da tempo impegnate ad indirizzare una quota dell’erogazione di finanziamenti verso investimenti che promuovono obiettivi definiti sostenibili, caratterizzati ad esempio da basse emissioni di carbonio. Sorge comunque spontanea la domanda di come venga utilizzata la restante provvista fondi. Come capita quando si partecipa a una pizza in compagnia dove non si fanno conti separati, dopo che ognuno ha pagato quello che ritiene corretto, il conto complessivo non torna quasi mai. Così deve essere vista la domanda posta da molte aziende, che hanno iniziato il processo di conversione, ma che ancora chiedono quante tonnellate di co2 possono emettere o quanta acqua possono prelevare dalle falde. Domande in cui il punto non riguarda come “fare la propria parte” ma come “prendersi la propria parte” in un conto ambientale che alla fine non torna a discapito di tutti.

Fare la propria parte non è quindi ancora sufficiente. Quello che serve alle aziende è aprirsi a un vero e proprio cambio di mentalità e di strategia: l’obiettivo deve diventare non fare danni, ossia progettare prodotti, servizi, edifici e business che puntano ad un impatto ambientale nullo. Sembra impossibile? Niente è impossibile! Pensiamo ai cosiddetti “Zero Energy Building”, di cui è un esempio il Bullit Center, un edificio per uffici commerciali situato a Seattle, ufficialmente inaugurato nella Giornata della Terra, il 22 aprile 2013. Pur trovandosi in una città nota per essere molto piovosa, il centro usa pannelli solari e un impianto di geotermia per generare tutta l’energia che utilizza ogni anno. Un altro esempio è il caseificio della Nestlè a Jalisco in Messico, che soddisfa il fabbisogno di acqua facendo condensare il vapore rilasciato dal latte vaccino senza attingere alle falde.

 

Perché non andare oltre?

 

Spingersi oltre significa diventare una vera e propria impresa rigenerativa che, oltre ad implementare un business profittevole, è responsabile non solo di non fare danni ma di lasciare il mondo vivente in condizioni migliori di quelle in cui lo si ha trovato. Basta prendere spunto dalla natura per studiare e imitare i cicli della vita, il dare e l’avere, la morte e il rinnovamento, in cui ogni creatura diventa cibo per un’altra.

Ed è così, in questo percorso di presa di coscienza, cambiamento culturale e strategico fino al vero cambiamento di business che nasce l’impresa rigenerativa, l’impresa dell’economia circolare.

L’impresa rigenerativa funziona grazie a energie rinnovabili (sole, vento, onde, biomassa e fonti geotermiche) ed elimina tutte le sostanze chimiche tossiche e i rifiuti in base al principio “rifiuti uguali a materie prime”. La chiave per arrivare a questo è pensare che tutti i materiali appartengano a uno dei due possibili cicli di input: quelli biologici (suolo, vegetali, animali), in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici (plastica, materiali di sintesi, metalli), destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera.

Chi sta leggendo potrebbe pensare che tutto questo rappresenti solo una bella favola, per pochi imprenditori visionari e danarosi. Il prossimo articolo riguarderà allora i modelli di business che possono essere adottati dall’azienda circolare, guidata da imprenditori non visionari ma innovatori e coraggiosi.

 

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