Economia circolare e digitalizzazione

L’Italia si sta riscoprendo sempre più “verde”.

Una ricerca di LinkedIn sui propri profili europei che si occupano di green economy o comunque citano la “sostenibilità” nella descrizione del ruolo aziendale, evidenzia che in Italia i professionisti del settore sono aumentati del 13% nell’ultimo anno, con un incremento del 7,5% in più rispetto alla media globale. Aumentano esponenzialmente anche i posti di lavoro richiesti nel settore della sostenibilità (+49%) e Milano si posiziona settima a livello mondiale per numero di professionisti esperti sui temi “green”.

La pandemia non ha fatto che accelerare una tendenza che si era già manifestata, incanalando sempre più risorse mondiali verso attività, idee e processi di sviluppo che si occupano di ambiente e sostenibilità.

Gli effetti del cambiamento climatico hanno un impatto ormai noto, le emissioni di anidride carbonica devono essere ridotte per contenere il tasso di aumento della temperatura terrestre. Gli accordi di Parigi del 2015 prevedono che l’aumento della temperatura sia contenuto al 1,5% a partire dal 2020 e che gli Stati aderenti agli accordi presentino obiettivi quinquennali per ridurre le proprie emissioni, fino all’emissione zero entro il 2050.

Uno dei punti fondamentali per raggiungere tale traguardo è il passaggio dall’economia lineare all’economia circolare, dove lo scarto diventa risorsa ed è fondamentale impostare una strategia “by-design” che preveda cicli di vita più lunghi dei prodotti e il loro utilizzo a fine vita.

La tecnologia digitale

Il segreto è la “connessione” degli elementi, la tecnologia digitale.
E l’Italia sembra aver imboccato la strada giusta: il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli ha varato il nuovo Piano Nazionale Transizione 4.0, maggiorando tetti e aliquote anche per gli investimenti in innovazione green e digitale, prospettando la diffusione degli incentivi anche alle imprese di piccola dimensione, notoriamente il tessuto economico più importante del Belpaese.

La digitalizzazione favorisce la riorganizzazione dei processi produttivi, adottando comportamenti virtuosi in fase di progettazione, efficientando l’utilizzo delle risorse energetiche, sfruttando la potenza della rete e della condivisione delle informazioni.

La digitalizzazione è un concetto affine a quello di circolarità: “digitalizzare” significa convertire in cifre una grandezza fisica. Il digitale si occupa di raccogliere dati, di elaborarli e di restituirli. Una sorta di “circolo” per tradurre input e trasformarli in output diversi.

Ma il digitale va oltre la mera raccolta o elaborazione dell’informazione, si spinge in maniera proattiva a simulare situazioni per aiutarci a prendere fin da subito le decisioni più corrette: grazie ad algoritmi matematici e statistici, che sono alla base dell’intelligenza artificiale, un sistema digitale avanzato è in grado di calcolare tempi, quantità, costi; può prevedere scenari diversi a seconda di come si agisce sui parametri di riferimento, traducendo quindi in cifre gli eventi che ci circondano.

Conclusioni

Il digitale permette di partire con il piede giusto, già in fase di organizzazione del processo produttivo. Se state pensando di iniziare la transizione verso processi produttivi circolari, percorrete in parallelo anche la strada della digitalizzazione, a maggior garanzia del successo del vostro progetto!

Per approfondire:

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Restart (ricominciamo) dalla riparazione e dal riuso

Avete mai ricevuto un invito a un restart party? Si tratta di una festa non convenzionale, una festa alla cultura della riparazione e del riuso nell’era dell’economia circolare!

I restart party sono eventi itineranti di alcune ore, organizzati in spazi comunitari delle città, in cui volontari con competenze tecniche aiutano i partecipanti al party a riparare e a fare manutenzione a prodotti elettronici di consumo. In queste occasioni è possibile riparare computer, televisori, lavatrici ma anche cellulari e smartphone.

I volontari prendono il nome di Restartes e costituiscono un vero e proprio movimento, nato in Gran Bretagna e ora presente anche in Piemonte, Lombardia e Toscana. Potremmo definirli artigiani digitali alla stregua dei nostrani arrotini e ripara-ombrelli.

Verso una nuova consapevolezza

Il movimento dei Restartes ha il grande merito di creare nuova consapevolezza nelle scelte di utilizzo e di acquisto degli articoli elettronici. Se è possibile riparare e continuare ad utilizzare il nostro device, allora:

  • perché non tentare di ripararlo quando si guasta?
  • e perché non acquistare, al posto di un prodotto nuovo, un device rigenerato, cioè riparato in caso di eventuali guasti, imballato e rimesso in vendita perfettamente funzionante a un prezzo scontato?
  • infine, perché non donare il nostro dispositivo a chi potrebbe recuperarlo quando decidiamo di dismetterlo?

Questo rappresenta un vero e proprio cambio culturale che necessita della collaborazione delle imprese produttive e del legislatore. Viviamo nell’era dell’obsoloscenza programmata e dell’usa-e-getta in cui tutto rema contro la riparazione dei prodotti elettronici. Pensiamo alle batterie non sostituibili, alle difficoltà di smontare l’apparecchio o a trovare pezzi di ricambio sul mercato a prezzi accettabili. I rifiuti elettronici sono la categoria di rifiuti che cresce più velocemente nell’UE e di cui si ricicla meno del 40%.

Allungare il ciclo di vita aiuta l’ambiente e crea lavoro

Riparare permette di aumentare il ciclo di vita di questi prodotti elettronici, facendo rinascere oggetti che altrimenti sarebbero rifiuti, e di evitare la perdita di materiali preziosi con un grande beneficio per il nostro ambiente.

L’allungamento del ciclo di vita del prodotto è alla base di uno dei modelli di business legati all’economia circolare e viene già adottato da diverse imprese. Pensiamo alle aziende come Reware che fondano il proprio core business nel prolungamento della vita dei computer dismessi, offerti successivamente ad imprese del terzo settore o privati a prezzi super-convenienti. Gli appassionati di videogames conosceranno senz’altro il programma di acquisto, vendita, riparazione e riuso di prodotti usciti dal mercato di GameStop. I prodotti vengono ricondizionati sia da un punto di vista estetico che meccanico-funzionale e riproposti per l’acquisto ad un target di clienti sensibili al prezzo, che non ha problemi ad acquistare un prodotto “come nuovo”.

Riparazione, rigenerazione e riuso rappresentano quindi un connubio che permette di tutelare l’ambiente ma anche di creare lavoro.

Lo sanno bene i ragazzi che prendono parte al progetto “Artigianelli digitali”, dell’ENGIM Artigianelli di Torino. Questi ragazzi imparano a riparare oggetti elettronici di vario tipo, gestendo il cliente, in una simulazione di attività di impresa. Il prof. Antonio Alessio Di Pinto, referente del progetto e uno dei fondatori dei “Restarters Torino”, ci racconta che gli studenti dedicano un pomeriggio alla settimana del loro tempo alla gestione di un negozietto, dove fanno pratica come volontari nella riparazione di oggetti elettronici, animati dal desiderio di avere più tempo per fare esperienza ed imparare un lavoro che altrimenti rimarrebbe solo teoria.

A che punto è la normativa?

Queste iniziative, progetti e business d’impresa si pongono sulla stessa lunghezza d’onda della Risoluzione non legislativa approvata lo scorso novembre dal Parlamento UE sul diritto alla riparazione. La Risoluzione invita la Commissione Europea ad assicurare ai consumatori il diritto alla riparazione rendendo le riparazioni più accessibili, sistematiche e vantaggiose, ad esempio estendendo la garanzia sulle parti di ricambio o garantendo un migliore accesso alle informazioni su riparazione e manutenzione. Inoltre, la Risoluzione esorta a sostenere maggiormente il mercato dei prodotti di seconda mano, ad incoraggiare la produzione sostenibile e chiede misure per contrastare le pratiche volte a ridurre la durata dei prodotti. Importante è la richiesta di un’etichettatura dei prodotti in base alla loro vita utile, che dovrebbe prevedere ad esempio un contatore degli utilizzi e informazioni chiare sulla durata media di un prodotto.

Per rafforzare l’invito della Risoluzione i Restater di Torino, insieme a tutti i Repairers del mondo, sono i promotori di una campagna indirizzata alla Commissione Europea a favore del diritto alla riparazione degli smartphone. Nella petizione si chiede in particolare che le grandi multinazionali produttrici mettano a disposizione dei riparatori e dei consumatori i pezzi di ricambio, i manuali e le informazioni utili alla riparazione nonché si impegnino ad estendere la vita dei loro prodotti.

Ecco il link da firmare e da condividere:

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo (Gandi)

Per approfondire il mondo dei Restarters: www.repair.eu

Per scoprire i modelli di business legati all’economia circolare: https://getitcircular.eu/index.php/2020/02/06/business-models/

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Un Natale circolare

 

Quest’anno vivremo un Natale diverso rispetto a quello a cui siamo abituati. Sicuramente più intimo e raccolto. Noi siamo fermamente convinti che in ogni situazione si possa trovare qualcosa di positivo. Chi ha a cuore l’ambiente e crede nell’economia circolare, quest’anno avrà l’occasione di riflettere su come ha vissuto finora il Natale e soppesare con maggiore attenzione ogni scelta di consumo. Come vivere quindi un vero Natale circolare, con attenzione ai temi del riciclo e del recupero?

Riciclare i regali non azzeccati che riceviamo non è esattamente quello a cui stiamo pensando. Anche se è innegabile che questa pratica serva ad eliminare gli sprechi! Un oggetto che non ha valore per noi può averlo per qualche d’un altro. In questo caso ben venga il “riciclo dei regali”.

Facciamo scelte sostenibili per i regali di Natale

Se dobbiamo scegliere degli oggetti da regalare, scegliamo quelli che hanno già una “seconda vita” programmata. Cosa si intende? Oggetti che per design, materiali utilizzati o espressa volontà del produttore sono nati con una fine già programmata. Nel momento in cui decideremo di dismetterli, saranno ritirati per essere riciclati, recuperati, ricondizionati.

Negli articoli passati su questo blog abbiamo più volte parlato di produttori, iniziative, progetti che scelgono di realizzare prodotti con materiali riciclati e con materia prima seconda. Ebbene, è arrivato il momento di premiarli! Per i nostri regali preferiamo questo tipo di oggetti. Qualche esempio? Abbigliamento realizzato con filati ricondizionati (vedi: https://getitcircular.eu/index.php/2020/06/24/il-diavolo-veste-circolare/), oggetti di design realizzati a partire dal legno abbattuto dalla tempesta Vaia (vedi: https://getitcircular.eu/index.php/2020/08/08/esempio-di-economia-circolare-il-legno-della-tempesta-vaia/), borse prodotte con materiale plastico scartato (https://getitcircular.eu/index.php/2020/05/19/anche-la-moda-chiude-il-cerchio/). Lungi dal voler fare pubblicità gratuita a qualcuno in particolare, crediamo che chi si impegna in prima persona per intraprendere un’attività di impresa con criteri che tutelano l’ambiente e quindi tutti noi, vada sostenuto!

Abbasso i rifiuti!

Un regalo non deve per forza essere un oggetto. Se regaliamo un’esperienza evitiamo imballaggio e confezionamento. Un vantaggio non da poco se consideriamo che, nel periodo natalizio, si verifica normalmente un aumento esponenziale dei rifiuti. Un altro modo per evitare di intasare i bidoni della carta e della plastica è dare sfogo alla nostra creatività. Avete mai provato ad impachettare i regali con la carta di vecchi quotidiani? Oppure con la carta d’alluminio e la carta forno che abbiamo già in casa? Un bel nastro e via.

Locale è bello

Non dimentichiamo, inoltre, che la circolarità è legata alla territorialità. Acquistare prodotti locali, minimizzando gli effetti inquinanti dei trasporti su lunghe percorrenze, aiuta l’ambiente e anche i produttori del nostro territorio. Una scelta doppiamente responsabile in questo momento di grave crisi economica a causa della pandemia. Chi abita nelle zone rosse e arancioni è limitato negli spostamenti dentro e fuori il proprio comune. Proprio per superare queste restrizioni sono nate in questo periodo delle piattaforme che si propongono di aiutare i negozianti e i produttori locali nella ricezione degli ordini e nella gestione delle consegne a domicilio. Un esempio: www.laspesadame.it

E l’albero?

Infine, un pensiero per un grande protagonista del Natale: l’albero. La scelta migliore tra acquistare un albero vero e un albero sintetico è sicuramente continuare ad utilizzare quello che abbiamo già. Battute a parte, dovremmo chiederci se il clima e il terreno della zona in cui abitiamo sono adatti ad accogliere il nostro albero di Natale, una volta che ha portato a termine la sua missione per le feste. Se non lo sono, allora lasciamo gli alberi veri dove stanno.

Con la speranza di avervi fornito spunti interessanti per fare un bel regalo anche al nostro ambiente, oltre che ad amici e parenti, vi auguriamo un sereno Natale!

A tutti voi auguro un Natale con pochi regali ma con tutti gli ideali realizzati.
(Alda Merini)

 

Per approfondire la conoscenza dell’economia circolare: https://www.ellenmacarthurfoundation.org/

https://www.renewablematter.eu/

 

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Chi lavora a favore del viaggio circolare della materia?

Per capire cosa è l’economia circolare concentriamoci sul lungo viaggio che compie la materia e su chi lavora per rendere circolare questo viaggio.

Ogni ciclo produttivo parte con l’utilizzo di materia prima ed arriva alla realizzazione di un prodotto finito. Una volta che il prodotto ha esaurito la sua funzionalità per chi lo utilizza diventa rifiuto. Il quotidiano che abbiamo comprato in edicola stamattina finisce nel bidone della carta domani. Anche il vestito rosso che non ci piace più finisce prima in fondo all’armadio e poi in discarica. E il gommista cosa ne fa delle nostre gomme?

Il viaggio dei vari tipi di materia sarebbe veramente molto breve e triste se non ci fosse chi lavora per valorizzare gli oggetti scartati. Infatti, da un prodotto a fine vita che è diventato rifiuto, se recuperato e sottoposto ad opportune lavorazioni, si possono ottenere nuova materia prima seconda e quindi nuovi prodotti. In questo modo il viaggio della materia non si interrompe e prosegue su un percorso circolare!

Chi lavora per valorizzare il materiale scartato?

Tra i molti che intervengono a diversi livelli, ci sono aziende che si occupano di ritirare, dividere, e preparare per le successive lavorazioni i materiali arrivati a fine vita. I trattamenti eseguiti negli impianti di recupero trasformano poi questi scarti in materia prima seconda. Senza l’intervento di queste aziende i materiali scartati resterebbero probabilmente in una discarica con un enorme perdita di valore.

Pensiamo alle pentole che eliminiamo dalle nostre cucine. L’era delle fritture non è finita se l’alluminio, che è un materiale nobile, viene recuperato, opportunatamente diviso da altri materiali, sottoposto a lavorazioni che lo riportano ad essere nuovamente materia prima e utilizzato per produrre nuove pentole.

Anche dagli scatoloni e dai rifiuti cartacei in generale, opportunamente divisi, selezionati ed inviati alle cartiere, è possibile ottenere nuova materia prima e quindi nuovi giornali e libri.

E se il nostro gommista conferisce le gomme dismesse a un’azienda che sa come recuperarle, quelle gomme verranno triturate e trattate per diventare nuova gomma.

Perché è importante salvare il valore della materia scartata?

Ritornando agli esempi fatti poc’anzi, pentole, giornali, libri, gomme possono essere prodotti senza dover estrarre materie prime vergini, notoriamente scarse. Il guadagno per l’ambiente è notevole!

Purtroppo le aziende che si occupano di gestione e di lavorazione dei rifiuti non godono del giusto riconoscimento sociale per l’attività che svolgono a favore dell’ambiente e di tutti noi. La parola rifiuto ha una connotazione negativa e spesso viene associata addirittura alla criminalità. Per evitare di cadere in questi fraintendimenti dovremmo riconoscere il valore dei rifiuti promuovendo un cambio di vocabolario e di mentalità collettiva. Del resto i rifiuti non sono risorse?

Come dice Mark Victor Hansen i rifiuti sono una grande risorsa nel posto sbagliato a cui manca l’immaginazione di qualcuno perché venga riciclata a beneficio di tutti.

Contribuiamo tutti a rendere il viaggio della materia lungo e circolare! Ognuno di noi può fare la differenza e soprattutto la differenziata!

Nascere non basta!
E’ per rinascere che siamo nati.

Pablo Neruda

Per approfondire:

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L’economia circolare ai tempi del Mare Plasticorum

Ogni anno circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare. C’è da preoccuparsi se pensiamo che questi rifiuti distruggono l’ecosistema marino, risalgono la catena alimentare e, prima o poi, arrivano nel nostro piatto. Trovare una soluzione radicale è sicuramente complesso e significa mettere in discussione i nostri modelli di produzione e di consumo. Per fortuna, anche in una situazione drammatica come questa, non mancano soluzioni ingegnose ed esempi interessanti di economia circolare.

Un mare di plastica da raccogliere

Raccogliere e riutilizzare per quanto possibile la plastica presente in acqua è una delle soluzioni per ripulire i nostri mari. A tal fine sono attivi volontari, associazioni votate alla tutela dell’ambiente, grandi progetti internazionali, pescherecci, sub nonché innovazioni tecnologiche degne di Ventimila Leghe sotto i Mari. Qualche esempio?

Little Hunter è un sistema dotato di drone aereo, robot marino e centrale operativa per la raccolta di plastica e di microplastica in mare. Octopus, invece, è un polpo robotico dotato di otto tentacoli, in grado di muoversi agevolmente e di raccogliere gli oggetti che incontra sul suo cammino.  Non dimentichiamo i Seabin, gli speciali cestini capaci di catturare circa 1,5 chilogrammi di plastica al giorno una volta inseriti in acqua. Il progetto denominato “LifeGate PlasticLess” è già in funzione in 13 porti italiani!

Cosa fare dei rifiuti plastici recuperati in mare?

L’azienda friulana Plaxtech ha risposto alla domanda creando la tecnologia Roteax. Questo sistema viene posizionato sulle navi adibite alla raccolta dei rifiuti plastici e permette di iniziare immediatamente la trasformazione degli scarti in vera e propria materia prima riutilizzabile. Da qui nascono nuovi prodotti come, ad esempio, i pallet “verdi”.

Dalle navi alle auto il passaggio è breve. Fiat utilizza per i rivestimenti dei sedili di due delle sue automobili un particolare filato, Seaqual Yarn, ricavato da rifiuti in Pet raccolti in mare. La procedura è certificata dall’organizzazione Seaqual Iniziative e prevede diversi passaggi. Il materiale plastico viene prima raccolto, selezionato nelle piattaforme di raccolta, lavato e trasformato in granuli. Successivamente, i granuli sono mischiati con altri frammenti di rifiuti in materiale plastico. Il composto che si ottiene viene infine scaldato e processato per creare il filato.

Passando a un esempio glamour, le fondatrici di Feeling Felt, giovane brand di zaini e piccoli accessori, hanno maturato la consapevolezza di doversi impegnare a tutela del’ambiente durante un’escursione alla Grotta Azzurra in Salento, invasa dalla plastica. Oggi i loro prodotti vengono realizzati con un filato ricavato da bottiglie riciclate, utilizzando le tonalità di colore strettamente legate a specie marine in via di estinzione: il blu della balena, il rosso del polpo, il grigio chiaro dell’orso polare, il verde della tartaruga marina e il grigio scuro della foca.

E quindi?

Abbiamo le prove che i rifiuti non sono semplici scarti. Anche la plastica dispersa in mare ha un valore che aspetta di essere sfruttato per diventare utili pallet, comodi sedili auto o grintosi zaini blu come le balene. La raccolta e il recupero dei residui plastici non solo aiutano a guarire il mare malato ma creano anche opportunità di business legati all’economia circolare.

Mi chiedo come si possa abitare la natura
in un mondo snaturato.
(G. Leopardi)

Per scoprire i modelli di business circolari: https://getitcircular.eu/index.php/tag/business-model/

Per conoscere la tecnologia Roteax: www.plaxtech.eu

Per approfondire l’iniziativa Seaqual: www.seaqual.org

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Un esempio di economia circolare: il legno della Tempesta Vaia

Per capire cosa è l’economia circolare basta prendere in considerazione qualche esempio concreto. Le passeggiate tra le valli e le vette del Trentino hanno in serbo la scoperta di interessanti casi di economia circolare e di resilienza, oltre che della magnificenza della Natura.

La Tempesta Vaia

Tutti ricordiamo la tempesta Vaia, che nella notte tra il 28 e il 29 ottobre di circa due anni fa spazzò via circa 42 milioni di alberi sulle Dolomiti. Ancora oggi, passeggiando nei boschi delle valli colpite, è possibile vedere i segni della furia dell’uragano. Intere strisce di bosco completamente rade. Alberi divelti sui pendii, con il capo chino, in attesa che qualcuno renda loro giustizia per lo scempio subito. Si tratta peraltro di legname in cattive condizioni, frastagliato, squarciato, non utilizzabile per opere di grandi dimensioni. Oltre al disastro ambientale, un bel problema per l’economia locale basata sul commercio e sulla lavorazione del legno!

Cosa fare di tutto questo legname a terra?

La risposta deve necessariamente contribuire al recupero e alla valorizzazione di risorse naturali che andrebbero altrimenti perdute. Nell’ottica dell’economia circolare infatti gli scarti hanno valore e vengono reinseriti nel sistema produttivo per creare nuovi oggetti e nuove risorse.

Soluzioni circolari

Una prima idea è arrivata dall’Emilia Romagna con il piano per l’utilizzo del cippato di legno, cioè di scaglie di pochi millimetri che si ottengono triturando i tronchi, come combustibile per centrali termoelettriche a biomasse nei pressi di Ravenna e di Modena.

Il cippato di legno è utilizzato anche nell’ambito del progetto di ricerca “SnowRESolution”. In questo caso, un impianto di tri-generazione è in grado di produrre simultaneamente energia elettrica, energia termica per il riscaldamento ed energia frigorifera sotto forma di neve. In altre parole, il legno si trasforma in neve per la felicità degli sciatori!

Un’altra idea, molto creativa, è di alcuni giovani trentini che fondano una start up con lo stesso nome della tempesta: Vaia. L’azienda produce piccole ed essenziali casse di risonanza per gli smartphone a partire dal legno di abete e di larice recuperato dagli alberi sradicati. Le casse, semplici cubi di massello, permettono la propagazione naturale dei suoni senza l’impiego di energia. A tale progetto prendono parte i boscaioli, le segherie e i falegnami locali per far sì che i benefici sociali ed economici ricadono direttamente a favore delle comunità colpite dalla tempesta.

A partire dagli “scarti” causati da una calamità naturale si producono energia, neve e casse di risonanza! Quali altri utilizzi potrebbe avere il legno degli alberi abbattuti dalle tempeste di tutto il mondo?

 

La vita è per il 10% cosa ti accade e per il 90% come reagisci.
(Charles R. Swindoll)

 

Per approfondire cosa si intende per economia circolare leggi: https://getitcircular.eu/index.php/2020/01/19/cosa-si-intende-per-economia-circolare/

Per conoscere di più il progetto della start up che produce casse di risonanza con il legno degli abeti e dei larici abbattuti: https://www.vaiawood.eu/

 

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Il Diavolo veste Circolare

Ve lo ricordate il “Diavolo veste Prada”? Il divertente film sul mondo della moda tratto dall’omonimo best-sellers di Lauren Weisberger? Una delle morali del film è che l’industria della moda è meno superficiale di quanto si possa immaginare. Dietro a quello che vediamo nelle vetrine o sulle copertine delle riviste, c’è il duro lavoro di migliaia di persone, fatto con passione e dedizione.

E duramente stanno lavorando tutti coloro che sono impegnati nel guidare uno dei settori più inquinanti al mondo verso la circolarità e sostenibilità. Come raggiungere obiettivi così ambiziosi?

Partiamo dalla materia prima: nella moda circolare è importante scegliere tessuti riutilizzabili, in modo che restino all’interno del cerchio.

Tessuti naturali

Le fibre di origine naturale come cotone, seta, lana, sono sicuramente adatti ad essere riutilizzate e rigenerate.

Per le lavorazioni di rigenerazione e riutilizzo di lana e cotone dismessi, il Distretto di Prato rappresenta storicamente un’eccellenza italiana con i suoi “cenciaroli”, ossia i raccoglitori di “stracci” usati. I tessuti dismessi vengono raccolti, divisi per colore, trasformati in un nuovo filato grazie a un procedimento meccanico. Il filato rigenerato viene poi utilizzato per creare linee di abbigliamento in base ai principi dell’ecodesign con cuciture di cotone, colori non tossici e privi di termoadesivi o inserzioni di materiale sintetico. La presenza di tali elementi impedirebbe infatti di riportare il tessuto a fine vita a materia prima.

Proprio a Prato è nata Rifò, start-up della moda circolare, che crea nuovi capi a partire da vecchi capi in cashmere e jeans in cotone.

Purtroppo, la pratica della rigenerazione presenta dei limiti: le fibre rigenerate diventano progressivamente più corte con il susseguirsi delle lavorazioni e vanno utilizzate assieme a fibre vergini per poter realizzare un tessuto di qualità.

Tessuti innovativi

Oltre ai tessuti di origine naturale, sono degni di salire in passerella tessuti innovativi, ottenuti da materiali di scarto vegetale.  Ricerca, creatività ed innovazione tecnologica la fanno da padroni!

E’ il caso di Orangefiber: da ciò che resta dopo la spremitura degli agrumi, detto pastazzo, è possibile estrarre cellulosa atta alla filatura. Dal filato si passa quindi ad un tessuto simile alla seta. Le vinacce sono invece lo scarto della produzione del vino a partire dal quale è stato realizzato un tessuto in similpelle: Wineleather. Qualche cantina di Lambrusco potrebbe lanciare una propria linea di accessori! Dagli scarti del latte, e comunque dai prodotti che contengono caseina, è possibile ottenere un tessuto simile alla lana. Tale tessuto ha il pregio di essere particolarmente morbido ed idratante per la pelle.

Si potrebbero citare molti altri esempi frutto di creatività ed ingegno. Tanto che dalla partnership tra il mondo dell’agricoltura femminile e quello del fashion è nato un nuovo brand “Agritessuti”. Il brand ha l’obiettivo di creare una filiera del tessile Made in Italy 100% ecosostenibile, con tessuti naturali e tinture green realizzate con prodotti e scarti agricoli.

Tessuti da materiale non vegetale

Altri tipi di tessuti riciclabili, altrettanto validi per la moda circolare, derivano da materiale non vegetale.

Pensiamo ad esempio ai tessuti ottenibili dalla plastica, che viene riportata al polimero di nylon. Econyl è un filo di nylon prodotto recuperando le reti da pesca utilizzate in mare, del tutto equiparabile al nylon prodotto da fonte vergine. Un altro esempio viene dal progetto “Fili Pari”: a partire dalla polvere di marmo è possibile realizzare un tessuto idrorepellente, in diverse colorazioni, a seconda della polvere utilizzata.

Non solo sostenibilità ambientale

Che siano di origine naturale, vegetale o non, i diversi tipi di tessuti saranno a contatto della pelle di chi li indossa. Per tale motivo è fondamentale che i tessuti siano privi di sostanze nocive, che sarebbero altrimenti assorbite dall’epidermide.

Inoltre, quali altri aspetti vanno considerati nella scelta di un tessuto circolare? Circolarità fa rima con sostenibilità.

Dietro a ogni tessuto ci sono modalità di lavoro e di retribuzione della manodopera molto diverse e spesso non eque. Pensiamo anche che se la moda si servisse esclusivamente di fibre naturali come il cotone, questo determinerebbe probabilmente la conversione colturale di molti terreni a scapito di altre coltivazioni dedicate all’alimentazione.

Molti sono i brand attenti alla scelta di tessuti circolari e sostenibili come il giovane Unsigned – children wearing, che per i suoi capi destinati ai più piccoli, utilizza cotone organico con certificazione GOTS. Questa certificazione garantisce la sostenibilità etica ed ambientale del tessuto controllando l’intero processo produttivo, dalla coltivazione della fibra alla lavorazione a nobilitazione del filato.

E’ tutto?

I consumatori, Millenials in particolare, si stanno dimostrando particolarmente sensibili ai temi della sostenibilità ambientale e sociale nella scelta dei capi e degli accessori da acquistare. Tuttavia, spesso si chiedono se siano giustificati i prezzi decisamente alti di questi prodotti.

Se pensiamo alla coltivazione del cotone organico, che richiede tempi e cura maggiori rispetto al cotone non organico, senza sfruttare la manodopera, possiamo comprendere come il maggior costo della materia prima incida sul prezzo di vendita del capo. Ricordiamoci che, in questo caso, ad un costo più alto per il consumatore finale corrisponde un costo ambientale e sociale più basso.

E come direbbe Miranda Priestly, la Direttrice della rivista “Runway” de “Il Diavolo veste Prada”: “E’ TUTTO”.

Per ora.

 

Per approfondire i temi legati alla moda circolare leggi anche: https://getitcircular.eu/index.php/2020/05/19/anche-la-moda-chiude-il-cerchio/

 

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Anche la moda chiude il cerchio?

 

Picture by Alexandra Gorn on Unsplash.

Negli ultimi anni la produzione dell’industria tessile è più che duplicata. Complici di questo boom il cosiddetto Fast Fashion, la produzione su larga scala e l’iperconsumismo. Chi di noi non ha mai comprato un vestito di cui non aveva realmente bisogno? E che magari ha indossato solo in poche occasioni prima di farlo scomparire per sempre nel fondo dell’armadio?

L’impatto sull’ambiente è devastante se pensiamo che la produzione di una maglietta richiede 3 mila litri d’acqua quando a un uomo è consigliato bere 2 litri di acqua al giorno per vivere in salute.

Ad oggi meno dell’1% dei capi prodotti viene riciclato. Siamo davanti quindi a un enorme ed insensato spreco di valore anche se, per amor del vero, i dati sui consumi sono incoraggianti. Soprattutto i Millenials sono disposti ad acquistare servizi e beni prodotti in modo etico e sostenibile.

In attesa che le nuove generazioni insegnino alle vecchie che un capo rigenerato o riciclato è qualitativamente uguale a un capo nuovo, come recuperare lo spreco di valore nel luccicante mondo della moda?

Partiamo dal ruolo del designer, che è importantissimo. Il designer può influenzare ed educare i consumatori ad acquisti eticamente responsabili, puntando ad una relazione assolutamente trasparente sulle scelte alla base della produzione e del confezionamento dei capi. Inoltre, il designer deve aver ben chiaro fin dall’inizio tutte le interazioni che avvengono nella vita del suo prodotto e predisporre, per il capo ancora in culla, come sarà riutilizzato quando sarà dismesso.

Quali sono i punti chiave per una moda veramente circolare?

La materia prima è sicuramente fondamentale. I materiali e tessuti che entrano nella moda circolare sono naturali o comunque sostenibili; finiscono per aver avere forme e modi di esistere differenti, ma comunque rimangono perennemente all’interno del cerchio. Inoltre, il prodotto deve essere ben pensato in fase di design, deve avere senso per non essere abbandonato subito dopo l’acquisto ed avere un riutilizzo a fine vita.

Un modello di business circolare particolarmente calzante per le imprese della moda, magari con più collezioni all’anno, è il “product as a service”. Cosa significa? Significa che la casa produttrice mantiene la proprietà del capo, che viene semplicemente affittato al cliente. In questo modo, quando il cliente decide di non utilizzare ulteriormente il capo, provvede a riconsegnarlo alla casa produttrice che può inserirlo in un processo di recupero (proprio o gestito da partners), che porta alla produzione di nuovi capi e prodotti. Il cerchio si chiude perfettamente!

Se l’azienda implementa il modello di business “product as a service” ha convenienza che il capo sia durevole. Viene meno insomma l’obsolescenza programmata tanto di moda, giusto per restare in tema, nel momento storico in cui viviamo. Il cliente ha a disposizione un capo di sicura qualità.

Un interessante esempio di azienda circolare nel mondo della moda è rappresentato da Freitag, azienda nata da una felice intuizione di due fratelli svizzeri. Abituati a spostarsi in bicicletta in città, i due fratelli hanno iniziato a pensare a come doveva essere una borsa da portare nei loro spostamenti. Guardando altri mezzi di trasporto, i camion telonati in particolare, è nata la loro idea. Le borse Freitag vengono oggi prodotte a partire dai teloni usati dei camion. Deve trattarsi di teloni usati da qualche anno ma ancora in buono stato. I teloni vengono lavati in grandi lavatrici che utilizzano detergenti rispettosi dell’ambiente e acqua piovana raccolta in grandi cisterne. I teloni vengono quindi tagliati, ripuliti dalle parti non recuperabili, e utilizzati per creare delle fantasie apprezzabili dai clienti. Segue quindi la fase di cucitura e confezionamento delle borse. Guardate sul sito dell’azienda il risultato! Veramente fashion!

Come disse Coco Chanel, una moda che non raggiunge le strade non è moda. Ma se la moda diventa circolare come in questo caso, è la strada a raggiungere la moda!

 

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Sottoprodotto vs Materia Prima Seconda

Photo by Studio Dekorasyon on Unsplash

L’economia circolare punta alla rigenerazione della materia in un circolo virtuoso e potenzialmente infinito. Se l’approccio circolare venisse applicato a pieno regime, in linea teorica i rifiuti non esisterebbero, semplicemente perché non verrebbero prodotti.

Lo scarto di tipo organico torna alla terra se non ha un uso diverso. Lo scarto di tipo non organico torna ad essere materia del circolo virtuoso. Nell’economia circolare gli scarti hanno un valore tanto da cambiare nome. Si parla infatti di sottoprodotti e materia prima seconda.

Cerchiamo di capire cosa sono e, soprattutto, qual è la differenza tra i due.

Per sottoprodotto si intende un prodotto secondario della produzione industriale di altri prodotti, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto. Oltre a questo, la normativa specifica (crf. art. 184 bis del D.Lgs. 152/06) stabilisce altri tre requisiti che devono essere soddisfatti contemporaneamente che riguardano, in sintesi: la certezza dell’utilizzo del materiale da parte del produttore o di terzi; la possibilità che il materiale sia utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale; l’ulteriore utilizzo deve essere legale, ossia non comportare impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana.”

Chi deve curarsi di fornire gli elementi atti a dimostrare la sussistenza contemporanea delle condizioni richieste dalla normativa affinché un materiale possa essere considerato sottoprodotto e non rifiuto? Sicuramente il produttore e l’utilizzatore. E come devono farlo? Va dimostrata l’organizzazione e la continuità di un sistema di gestione, del quale fanno parte le fasi di deposito e trasporto, che, per tempi e per modalità, consenta l’identificazione e l’utilizzazione effettiva del sottoprodotto. A tal fine, l’esistenza di rapporti o impegni contrattuali tra il produttore del residuo, eventuali intermediari, e gli utilizzatori sono sicuramente rilevanti. Nel caso di assenza di veri e propri accordi, assume rilevanza la scheda tecnica predisposta dal produttore che evidenzia il rispetto delle condizioni del Decreto.

Perché mai un produttore di sottoprodotti dovrebbe imbarcarsi nel processo del loro riconoscimento come tali e non trattali semplicemente come rifiuti? Innanzitutto per preservare l’ambiente in cui viviamo! Ma anche per recuperare opportunità economiche: diminuire la quantità di rifiuti prodotti consente di diminuire i costi di smaltimento; ottenere un sottoprodotto in quanto vero e proprio prodotto commerciabile porta all’azienda un introito dalla vendita. Non dimentichiamoci infine delle comunicazioni aziendali, su base volontaria o obbligatoria a seconda dell’impresa, relative alle pratiche di sostenibilità adottate.

Per favorire lo scambio di sottoprodotti il Ministero dell’Ambiente ha istituito una piattaforma telematica alla quale possono iscriversi i produttori interessati a cedere residui produttivi qualificabili come sottoprodotti e gli utilizzatori di sottoprodotti interessati ad acquistarli per l’impiego nell’ambito della propria attività.

Qualche esempio di sottoprodotto? Il settore agro-alimentare costituisce uno dei comparti produttivi cui sono attribuite le più elevate produzioni di scarti a livello europeo. La fine di molti sottoprodotti del settore è legata alla produzione di bioenergie ma anche di mangimi per animali. Un altro esempio è costituito dal sale da salatura delle carni, che può essere utilizzato come antighiaccio per i manti stradali. Si pensi anche agli scarti dell’olio d’oliva, che sono ricchi di polifenoli, dall’azione antiossidante, e che potrebbero essere utilizzati in integratori alimentari e farmaci oppure arricchire preparati a base dello stesso olio d’oliva, generando superfood.

La materia prima seconda (MPS) rappresenta la Cenerentola della situazione, in quanto origina da materiale di scarto originariamente classificabile come rifiuto che, opportunamente trattato attraverso operazioni, che solitamente prevedono macinazione, lavaggio e vari stadi di asportazione delle frazioni indesiderate, si trasforma in materiale qualitativamente equiparabile alla materia prima. L’importante differenza con la materia prima è che la materia seconda non è scarsa. Il felice connubio tra rispetto e protezione dell’ambiente ed il recupero dei materiali di scarto consente di reinserire nel processo produttivo quelli che prima sarebbero stati rifiuti.

La definizione dei materia prima seconda è stata superata in realtà con l’introduzione del concetto di “end-of-waste” ossa di “cessazione della qualifica di rifiuto”, disciplinato dall’art. 184-ter del D.Lgs. 152/2006. La nuova normativa si riferisce all’intero processo di recupero eseguito su di un rifiuto, al termine del quale il materiale perde la qualifica di rifiuto e assume quella di prodotto. Alterne e contrastanti vicende giudiziali e legislative hanno portato a una nuova formulazione di questo articolo: le questioni più importanti hanno riguardato la riformulazione delle condizioni in base alle quali un rifiuto può cessare di essere tale e la necessità, in mancanza di criteri specifici, di richiedere le autorizzazioni agli enti regionali attraverso valutazioni caso per caso. Presso il Ministero dell’Ambiente è stata costituita una task force per i decreti ministeriali caso per caso e la realizzazione di una banca dati nazionale sulle autorizzazioni che vengono rilasciate e quelle che man mano dovranno adeguarsi in fase di rinnovo o riesame.

Alcuni esempi comuni di materia prima seconda sono: lo zolfo di scarto, ottenuto a seguito dell’estrazione dei metalli dai suoi composti metalliferi, che viene riutilizzato e venduto ad un prezzo più basso rispetto allo zolfo nativo; il materiale edile, derivante da demolizioni e frantumazione degli inerti, riutilizzabili con grandissima efficienza ed efficacia come prodotto, a grana diversa, per sottofondi, drenaggi, riempimenti nel settore edile.

Con la firma del secondo decreto “End of Waste” di inizio aprile smettono di finire smaltiti tra i rifiuti ed entrano a far parte dell’economia circolare come materia prima seconda anche gli pneumatici fuori uso. Questi materiali saranno trasformati in granuli da utilizzare nel settore degli asfalti stradali, nell’impiantistica sportiva, dell’edilizia e dell’arredo urbano.

Infine, è interessante citare la scoperta di un secondo uso delle trebbie, scarto della lavorazione della birra, che ritrovano nuova vita grazie a un processo di pressatura in birrificio e poi una successiva essiccazione ad alta efficienza energetica e di tempo. Grazie a questa lavorazione dalle trebbie si ottiene una farina ricca di proteine e fibre. Sostanze che riducono il rischio di malattia coronarica e stimolano la risposta antinfiammatoria dell’organismo. La farina prodotta può essere usata per produrre integratori oppure, in combinazione con altri ingredienti, prodotti da forno e snack.

Chi dovrebbe interessarsi al mondo dell’end of waste? Aziende innovatrici, altamente specializzate, interessate a trovare lavoro e spazio in un mercato ancora da conquistare.

Ovviamente l’economia circolare non è solo recupero di scarti. Ma pensando a questo ambito in particolare si può definire la morale della favola dell’economia circolare: non si butta via niente!

.ti guardi allo specchio e ti dai del deficiente

perché lo sai che della vita non si butta via niente.

(MINA)

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Bankers&Co

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La sfida del nostro tempo è la transizione ad un’economia sostenibile.

Dopo questo periodo di stand-by torneremo alla normalità? O riusciremo a capire che quella che era la normalità si è rivelata essere un problema? Riusciremo a pianificare la strategia per ridurre le alterazioni dell’ambiente?

Dobbiamo contrastare ed abbandonare le attività che causano perdita di biodiversità, alterazione degli habitat e cambiamenti climatici. Per farlo in maniera impattante è fondamentale arrivare a un paradigma economico circolare, ossia processi industriali ed agricoli sostenibili, che ricorrono a fonti energetiche rinnovabili.

Sono già molte le imprese, grandi e meno grandi, convinte che il futuro sia circolare. Negli ultimi anni sono fiorite anche molte start-up che prestano l’innovazione tecnologica alla causa, presentando idee che vanno da materiali tecnologicamente avanzati, abili ad essere riciclati/riusati, a nuove fonti di energia pulita. Oggi il modello circolare funziona soprattutto grazie alla cooperazione all’interno di settori e filiere, al sostegno di filantropi, come la Ellen MacArthur Foundation, e di alcuni pionieri del mondo del finanza.

 

Cosa serve perché l’economia circolare esploda a livello di sistema?

 

Tra le diverse cose, è sicuramente fondamentale che arrivi il sostegno massiccio di investitori e di finanziatori.

Per far sì che ciò sia possibile, occorre comprendere l’impatto che il paradigma economico circolare sviluppa sui profili di rischio degli assets, abbassandoli, e la conseguente generazione di combinazioni rischio-rendimento che possono essere associate agli asset circolari. Occorre superare definitivamente la logica dello “short termism”, ossia della ricerca di alti profitti nel breve termine. Occorrono “capitali pazienti”, investiti con una visione di lungo termine in progetti capaci di riconoscere, oltre al profitto, l’evidente connessione tra sfide ambientali e sfide sociali.

L’Institute for Sustainability Leadership, della prestigiosa Università di Cambridge, ha dedicato uno studio al ruolo che il sistema bancario può ricoprire nell’accelerare la transizione a un’economia sostenibile.

Nella teoria dell’intermediazione finanziaria le banche hanno il ruolo di moltiplicatore di denaro grazie al loro ruolo di intermediari di capitali ma anche di relazioni.

In quanto intermediaria di capitali, la banca può esporsi direttamente nei confronti della clientela erogando finanziamenti collegati ad esempio agli indicatori di sostenibilità, i cosiddetti SDGs ( che però non sono ancora collegati a concetti prettamente circolari).

Le varie forme di finanziamento potrebbero correlare il livello del tasso di interesse al raggiungimento di un determinato KPI. La provvista può essere ottenuta dalla banca mediante emissione di green bond o di transition bond, strumenti di debito finalizzati specificamente al finanziamento di progetti ad hoc, oppure tramite la realizzazione di cartolarizzazioni sintetiche.

E’ chiaro che la banca dovrà orientarsi su un terreno in parte nuovo se pensiamo che l’impresa circolare, a differenza di quella lineare, mette in pratica modelli di business che divengono redditizi mediamente in periodi più a lungo termine.

In quanto intermediari di relazioni, la banca potrebbe accompagnare le imprese circolari a realizzare i propri progetti avvalendosi del proprio network e dei propri partner. Potrebbero nascere partnership e sponsorship, in cui le varie esperienze e competenze sono messe a disposizione per la realizzazione dell’iniziativa circolare.

Un importante esempio di “collaborative financing”, che ha portato alla realizzazione di una piantagione di gomma su terreni degradati e permesso di recuperare 88 mila ettari di terreno nonché 16 mila posti di lavoro, è citato dal gruppo di lavoro dell’Università di Cambridge.

L’operazione, denominata “The Tropical Landscape Finance Facility (TLFF), è stata strutturata sul mercato con l’emissione di un sustainability bond ed è stata resa possibile grazie ai rapporti intercorrenti tra un’importante banca francese, Michelin e agenzie per lo sviluppo come il Development Finance Institutions (DFIs).

Altre strade innovative da percorrere per raccogliere fondi sotto forma di equity sono rappresentate da venture capital, forma tipica di fundraising per le imprese innovative e ad alto potenziale di crescita, dall’equity crowfunding, che permette di raccogliere fondi di modesta entità da un numero elevato di investitori utilizzando piattaforme ad hoc, e dagli incubatori, organizzazioni che offrono capitale ad aziende selezionate con criteri di governance responsabile e valutazione di impatti sociali e ambientali positivi.

Lascia sperare in una trasformazione della finanza, la ormai storica lettera che Larry Fink, CEO di BlackRock, ha indirizzato agli investitori per annunciare l’intenzione di rendere la sostenibilità parte integrante della costruzione dei portafogli e del risk management.

L’introduzione degli SDGs, avvenuta ad ottobre 2017, ha rappresentato un importante avanzamento per dotare gli investitori di un lessico comune che consenta loro di progredire verso un sistema di misurazione degli impatti che l’essere sostenibili consente di ottenere.

E’ importante pertanto sviluppare approcci che riconoscano e misurino la circolarità e che includano fattori di rischio lineari nei processi di valutazione e di risk assessment. Serve uno standard unico e univoco per dare punteggi ambientali ai progetti e agli investimenti.

A tal proposito è stato fatto un primo passo con la pubblicazione del rapporto del Gruppo di esperti UE sulla finanza sostenibile sul “sistema di classificazione per le attività economiche sostenibili”. Questo primo “elenco verde” servirà a classificare dal punto di vista finanziario le attività e il rapporto sugli standard per il Green Bond. Il prossimo obiettivo della Commissione è definire il quadro normativo collegato.

In tutto questo, è fondamentale che la finanza non investa in progetti non sostenibili o ingannevolmente sostenibili (green-washing e window-washing). Le imprese circolari possono aiutare gli investitori a riconoscerle presentando una disclosure di bilancio quanto più esplicativa della natura della propria attività e dei propri prodotti/servizi, della gestione dei rischi connessi e dei benefici che si attende di ottenere. Possono fare molto anche gli investitori finali domandando e scegliendo proposte di investimento sostenibili, con esplicito riferimento all’economia circolare.

Ipotizzando quindi un atteggiamento proattivo di esponenti della finanza, imprese circolari ed investitori finali, nella realizzazione di una vision e di una strategia comune sostenibile, manca ancora un ingrediente. Per svelarlo è bello richiamare il passaggio di un romanzo svedese, più volte ripreso da Barricco. Una regina che voleva imparare ad andare a cavallo, salì in groppa al destriero e chiese sprezzante al maestro di equitazione se ci fossero regole da rispettare. La risposta fu: la prima regola è prudenza; la seconda è AUDACIA.

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