Il Diavolo veste Circolare

Ve lo ricordate il “Diavolo veste Prada”? Il divertente film sul mondo della moda tratto dall’omonimo best-sellers di Lauren Weisberger? Una delle morali del film è che l’industria della moda è meno superficiale di quanto si possa immaginare. Dietro a quello che vediamo nelle vetrine o sulle copertine delle riviste, c’è il duro lavoro di migliaia di persone, fatto con passione e dedizione.

E duramente stanno lavorando tutti coloro che sono impegnati nel guidare uno dei settori più inquinanti al mondo verso la circolarità e sostenibilità. Come raggiungere obiettivi così ambiziosi?

Partiamo dalla materia prima: nella moda circolare è importante scegliere tessuti riutilizzabili, in modo che restino all’interno del cerchio.

Tessuti naturali

Le fibre di origine naturale come cotone, seta, lana, sono sicuramente adatti ad essere riutilizzate e rigenerate.

Per le lavorazioni di rigenerazione e riutilizzo di lana e cotone dismessi, il Distretto di Prato rappresenta storicamente un’eccellenza italiana con i suoi “cenciaroli”, ossia i raccoglitori di “stracci” usati. I tessuti dismessi vengono raccolti, divisi per colore, trasformati in un nuovo filato grazie a un procedimento meccanico. Il filato rigenerato viene poi utilizzato per creare linee di abbigliamento in base ai principi dell’ecodesign con cuciture di cotone, colori non tossici e privi di termoadesivi o inserzioni di materiale sintetico. La presenza di tali elementi impedirebbe infatti di riportare il tessuto a fine vita a materia prima.

Proprio a Prato è nata Rifò, start-up della moda circolare, che crea nuovi capi a partire da vecchi capi in cashmere e jeans in cotone.

Purtroppo, la pratica della rigenerazione presenta dei limiti: le fibre rigenerate diventano progressivamente più corte con il susseguirsi delle lavorazioni e vanno utilizzate assieme a fibre vergini per poter realizzare un tessuto di qualità.

Tessuti innovativi

Oltre ai tessuti di origine naturale, sono degni di salire in passerella tessuti innovativi, ottenuti da materiali di scarto vegetale.  Ricerca, creatività ed innovazione tecnologica la fanno da padroni!

E’ il caso di Orangefiber: da ciò che resta dopo la spremitura degli agrumi, detto pastazzo, è possibile estrarre cellulosa atta alla filatura. Dal filato si passa quindi ad un tessuto simile alla seta. Le vinacce sono invece lo scarto della produzione del vino a partire dal quale è stato realizzato un tessuto in similpelle: Wineleather. Qualche cantina di Lambrusco potrebbe lanciare una propria linea di accessori! Dagli scarti del latte, e comunque dai prodotti che contengono caseina, è possibile ottenere un tessuto simile alla lana. Tale tessuto ha il pregio di essere particolarmente morbido ed idratante per la pelle.

Si potrebbero citare molti altri esempi frutto di creatività ed ingegno. Tanto che dalla partnership tra il mondo dell’agricoltura femminile e quello del fashion è nato un nuovo brand “Agritessuti”. Il brand ha l’obiettivo di creare una filiera del tessile Made in Italy 100% ecosostenibile, con tessuti naturali e tinture green realizzate con prodotti e scarti agricoli.

Tessuti da materiale non vegetale

Altri tipi di tessuti riciclabili, altrettanto validi per la moda circolare, derivano da materiale non vegetale.

Pensiamo ad esempio ai tessuti ottenibili dalla plastica, che viene riportata al polimero di nylon. Econyl è un filo di nylon prodotto recuperando le reti da pesca utilizzate in mare, del tutto equiparabile al nylon prodotto da fonte vergine. Un altro esempio viene dal progetto “Fili Pari”: a partire dalla polvere di marmo è possibile realizzare un tessuto idrorepellente, in diverse colorazioni, a seconda della polvere utilizzata.

Non solo sostenibilità ambientale

Che siano di origine naturale, vegetale o non, i diversi tipi di tessuti saranno a contatto della pelle di chi li indossa. Per tale motivo è fondamentale che i tessuti siano privi di sostanze nocive, che sarebbero altrimenti assorbite dall’epidermide.

Inoltre, quali altri aspetti vanno considerati nella scelta di un tessuto circolare? Circolarità fa rima con sostenibilità.

Dietro a ogni tessuto ci sono modalità di lavoro e di retribuzione della manodopera molto diverse e spesso non eque. Pensiamo anche che se la moda si servisse esclusivamente di fibre naturali come il cotone, questo determinerebbe probabilmente la conversione colturale di molti terreni a scapito di altre coltivazioni dedicate all’alimentazione.

Molti sono i brand attenti alla scelta di tessuti circolari e sostenibili come il giovane Unsigned – children wearing, che per i suoi capi destinati ai più piccoli, utilizza cotone organico con certificazione GOTS. Questa certificazione garantisce la sostenibilità etica ed ambientale del tessuto controllando l’intero processo produttivo, dalla coltivazione della fibra alla lavorazione a nobilitazione del filato.

E’ tutto?

I consumatori, Millenials in particolare, si stanno dimostrando particolarmente sensibili ai temi della sostenibilità ambientale e sociale nella scelta dei capi e degli accessori da acquistare. Tuttavia, spesso si chiedono se siano giustificati i prezzi decisamente alti di questi prodotti.

Se pensiamo alla coltivazione del cotone organico, che richiede tempi e cura maggiori rispetto al cotone non organico, senza sfruttare la manodopera, possiamo comprendere come il maggior costo della materia prima incida sul prezzo di vendita del capo. Ricordiamoci che, in questo caso, ad un costo più alto per il consumatore finale corrisponde un costo ambientale e sociale più basso.

E come direbbe Miranda Priestly, la Direttrice della rivista “Runway” de “Il Diavolo veste Prada”: “E’ TUTTO”.

Per ora.

 

Per approfondire i temi legati alla moda circolare leggi anche: https://getitcircular.eu/index.php/2020/05/19/anche-la-moda-chiude-il-cerchio/

 

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Anche la moda chiude il cerchio?

 

Picture by Alexandra Gorn on Unsplash.

Negli ultimi anni la produzione dell’industria tessile è più che duplicata. Complici di questo boom il cosiddetto Fast Fashion, la produzione su larga scala e l’iperconsumismo. Chi di noi non ha mai comprato un vestito di cui non aveva realmente bisogno? E che magari ha indossato solo in poche occasioni prima di farlo scomparire per sempre nel fondo dell’armadio?

L’impatto sull’ambiente è devastante se pensiamo che la produzione di una maglietta richiede 3 mila litri d’acqua quando a un uomo è consigliato bere 2 litri di acqua al giorno per vivere in salute.

Ad oggi meno dell’1% dei capi prodotti viene riciclato. Siamo davanti quindi a un enorme ed insensato spreco di valore anche se, per amor del vero, i dati sui consumi sono incoraggianti. Soprattutto i Millenials sono disposti ad acquistare servizi e beni prodotti in modo etico e sostenibile.

In attesa che le nuove generazioni insegnino alle vecchie che un capo rigenerato o riciclato è qualitativamente uguale a un capo nuovo, come recuperare lo spreco di valore nel luccicante mondo della moda?

Partiamo dal ruolo del designer, che è importantissimo. Il designer può influenzare ed educare i consumatori ad acquisti eticamente responsabili, puntando ad una relazione assolutamente trasparente sulle scelte alla base della produzione e del confezionamento dei capi. Inoltre, il designer deve aver ben chiaro fin dall’inizio tutte le interazioni che avvengono nella vita del suo prodotto e predisporre, per il capo ancora in culla, come sarà riutilizzato quando sarà dismesso.

Quali sono i punti chiave per una moda veramente circolare?

La materia prima è sicuramente fondamentale. I materiali e tessuti che entrano nella moda circolare sono naturali o comunque sostenibili; finiscono per aver avere forme e modi di esistere differenti, ma comunque rimangono perennemente all’interno del cerchio. Inoltre, il prodotto deve essere ben pensato in fase di design, deve avere senso per non essere abbandonato subito dopo l’acquisto ed avere un riutilizzo a fine vita.

Un modello di business circolare particolarmente calzante per le imprese della moda, magari con più collezioni all’anno, è il “product as a service”. Cosa significa? Significa che la casa produttrice mantiene la proprietà del capo, che viene semplicemente affittato al cliente. In questo modo, quando il cliente decide di non utilizzare ulteriormente il capo, provvede a riconsegnarlo alla casa produttrice che può inserirlo in un processo di recupero (proprio o gestito da partners), che porta alla produzione di nuovi capi e prodotti. Il cerchio si chiude perfettamente!

Se l’azienda implementa il modello di business “product as a service” ha convenienza che il capo sia durevole. Viene meno insomma l’obsolescenza programmata tanto di moda, giusto per restare in tema, nel momento storico in cui viviamo. Il cliente ha a disposizione un capo di sicura qualità.

Un interessante esempio di azienda circolare nel mondo della moda è rappresentato da Freitag, azienda nata da una felice intuizione di due fratelli svizzeri. Abituati a spostarsi in bicicletta in città, i due fratelli hanno iniziato a pensare a come doveva essere una borsa da portare nei loro spostamenti. Guardando altri mezzi di trasporto, i camion telonati in particolare, è nata la loro idea. Le borse Freitag vengono oggi prodotte a partire dai teloni usati dei camion. Deve trattarsi di teloni usati da qualche anno ma ancora in buono stato. I teloni vengono lavati in grandi lavatrici che utilizzano detergenti rispettosi dell’ambiente e acqua piovana raccolta in grandi cisterne. I teloni vengono quindi tagliati, ripuliti dalle parti non recuperabili, e utilizzati per creare delle fantasie apprezzabili dai clienti. Segue quindi la fase di cucitura e confezionamento delle borse. Guardate sul sito dell’azienda il risultato! Veramente fashion!

Come disse Coco Chanel, una moda che non raggiunge le strade non è moda. Ma se la moda diventa circolare come in questo caso, è la strada a raggiungere la moda!

 

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