Cosa resterà…

RIFLESSIONI DALLA QUARANTENA – IN UN VENERDI’ 13 – DI UN ANNO BISESTILE – CON IN ATTO UNA PANDEMIA ( Andrà tutto bene? )

Photo by Yulia Gadalina on Unsplash

Surreale. Questa situazione è surreale. Strade vuote, negozi e mercati chiusi, città deserte e tutto sembra essere stato ricoperto da un velo di silenzio.
La sensazione di un’apocalisse imminente ci pervade e ci lascia attoniti. Gli sguardi sono preoccupati, gli animi sono agitati, ciascuno dietro la propria mascherina va per la sua strada perchè tutti hanno paura.

Ci viene in mente il gingle della canzone di Raf (uscita nel lontanissimo 1989!)

“Cosa resterà…
…chi la scatterà la fotografia”

Eh si, cosa resterà di quello che eravamo fino a ieri?

La cosa certa è che noi esseri umani non saremo più gli stessi. Quello che ci sta succedendo ci fa capire che non siamo isole e la solidarietà dovrà essere necessariamente alla base dei nostri futuri rapporti, ci fa capire che non esistono nè muri nè confini perchè il COVID-19 li ha attraversati tutti.

L’esperienza che viviamo ci fa porre l’attenzione anche al fatto che i grossi squilibri che si sono prodotti nel pianeta, a causa dello sfruttamento intensivo delle sue risorse, ci hanno portato ad un punto di non ritorno.

Quindi, vogliamo scattarla noi questa fotografia e vorremmo che tutta l’umanità se la tenesse sempre davanti agli occhi perché potrebbe rappresentare il punto zero. Il punto dal quale ripartire. Il pandemico Reset.

Andrà tutto bene quindi?

Dipende. Di certo chi sopravviverà alla pandemia, dovrà inevitabilmente cambiare il modo di percepire il mondo che lo circonda, dovrà cominciare seriamente nel proprio quotidiano a rispettare gli altri ed il pianeta e lavorare per cercare di ristabilire quelle leggi naturali che attualmente risultano alterate e che con tutta probabilità hanno contribuito alla propagazione di questa tipologia di fenomeni di distruzione di massa.

Chi sopravviverà dovrà ripartire con la consapevolezza che la globalizzazione ha annullato le distanze e cancellato i confini accomunando le sorti di tutti gli esseri umani.

Quindi andrà tutto bene soltanto se si cominceranno a mettere in pratica con fermezza ed a livello planetario l’insieme di tutte le buone pratiche che già ora mirano a salvaguardare quello che di intatto è rimasto nel martoriato pianeta Terra.

Detto in altre parole: Andrà tutto bene se si passerà definitivamente ad un’ Economia di tipo Circolare.

Sarà proprio questa la chiave di volta che consentirà all’umanità di preservarsi, tentando di ritornare in simbiosi con i ritmi naturali della Terra.

Detto ancora in altre parole: Andrà tutto bene se chi sopravviverà si trasformerà in HOMO CIRCULARIS.

Per chi vorrà approfondire l’argomento ed iniziare già da ora a metterne in pratica i principi , rimandiamo ad alcuni link utili:

Cosa si intende per Economia Circolare? fonte GetItCircular.eu

Che cos’è l’Economia Circolare fonte economiacircolare.com

I fondamenti dell’economia Circolare fonte comitatoscientifico.org

What is the Circular Economy? fonte ellenmacarthurfoundation.org

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Economia Circolare: il quadro normativo europeo

La Normativa Europea etichettata come “Pacchetto Economia Circolare” varata a Strasburgo il 30 maggio 2018 ed in vigore dal 4 luglio 2018, deve essere recepita dai paesi membri entro il 5 marzo 2020.

Il pacchetto costituito da 4 Direttive del Parlamento Europeo e del Consiglio Ue, modifica ben 6 precedenti Direttive Europee e pone nuovi obiettivi in termini di riciclo degli scarti (vedi immagine).

Entro il 2025 il 55% dei rifiuti urbani dovrà essere riciclato, tale percentuale dovrà salire al 60% entro il 2030 ed al 65% entro il 2035.

Entro il 2025 il 65% degli imballaggi dovrà essere riciclato, anche questa percentuale dovrà attestarsi al 70% entro il 2030.

A partire dal 2025 tutti i “rifiuti pericolosi” dovranno essere raccolti separatamente.

Entro il 2024 i rifiuti di tipo biodegradabile dovranno essere raccolti separatamente o conferiti nei compost per il riciclaggio casalingo.

Si abbatte invece la percentuale di rifiuti conferibili in discarica, si dovrà arrivare ad una percentuale massima del 10% entro l’anno 2035.

In Italia, il Ministero dell’Ambiente ha fornito le prime due bozze di schema per il recepimento delle suddette direttive Ue, che attualmente riguardano rispettivamente:

1 – Rifiuti organici;

2 – Fanghi di depurazione;

Nei prossimi articoli approfondiremo i diversi aspetti relativi alle 4 direttive sopra descritte.

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I Forum Sostenibilità

I FORUM SOSTENIBILITA'

I Forum Sostenibilità
Teatro Bibiena - Mantova 22/02/2020

Si è tenuta sabato scorso 22 febbraio la presentazione del I Forum Sostenibilità organizzato da Tea Spa.

L’evento, si è aperto con le note di “Malguena” suonata al pianoforte dal maestro Luca Passarella.

Ed è proprio sul “DO” di questo flamenco, un “DO” lungo, mantenuto nel tempo che il giornalista

Simone Spetia de “il Sole 24 ore” introduce questo importante evento.

Perchè un “DO” mantenuto nel tempo?

Perchè quel “DO”, trasferito all’argomento del convegno, rappresenta la capacità della terra di sopportare, ma anche di mantenere nel tempo, il peso dello sfruttamento delle sue risorse da parte dell’uomo.

Quel tempo sta finendo…quel “Do” si sta assopendo…è tempo di agire quindi, è tempo di pensare a nuovi modelli di sviluppo sostenibile  – nel tempo – da parte del nostro pianeta.

Parte così questo convegno, che preannuncia un evento ancora più importante che si terrà sempre a Mantova il 23 maggio 2020, nell’ambito della manifestazione Food&Scienze.

Nella splendida cornice del Teatro Bibiena, abbiamo avuto la possibilità di attingere a molti spunti interessanti.

Gli interventi che si sono succeduti ci hanno dato una chiara idea che lo sviluppo sostenibile è il futuro della nostra umanità, ma sarà sicuramente il futuro della nostra comunità mantovana.

Si vuole infatti che Mantova diventi “Circolare”, ovvero una sorta di “Case Study” della sostenibilità ambientale.

Le idee che stanno nascendo sono quelle di:

  • costituire un osservatorio per le “Best Practices” della sostenibilità,
  • avvicinarsi alle Università per portare avanti progetti di R&D sui temi relativi all’Economia Circolare ed alla Sostenibilità,
  • costruire impianti per il trattamento del rifiuto organico al fine di trasformarlo in materia prima e seconda,
  • creare una rete tra scuola, imprese, enti pubblici e start-up innovative,

tutto questo al fine di generare una rete di eccellenze, che rappresenti un “faro” per le altre realtà italiane che si avvicineranno a questi importanti temi in futuro.

A questo proposito sarà anche istituito, da Tea Spa, ormai per l’anno 2021, “Il Primo Premio Sostenibilità”, destinato alle eccellenze mantovane che nelle tre categorie: Scuole, Enti Pubblici ed Imprese si distingueranno nella realizzazione di progetti per la Sostenibilità.   

Tornando alla scaletta dell’evento, sul palco si sono succeduti:

  • Beniamino Morselli, presidente della Provincia di Mantova;
  • Andrea Murari, Assessore all’Ambiente del Comune di Mantova;
  • Massimiliano Ghizzi, presidente della Multiutility Tea Spa;
  • Marco Frey, Professore Universitario e Presidente di Symbola;
  • Paolo Marcesini, Direttore della testata giornalistica Italia Circolare.

Tutti gli interventi hanno fornito spunti molto interessanti su questo nuovo paradigma di Economia Circolare e Sviluppo Sostenibile che sta pian piano prendendo piede nelle nostre coscienze di consumatori, e non starò qui a descrivere pedissequamente i contenuti che ciascuno dei relatori ha portato all’attenzione degli stakeholders,

bensì riporterò di seguito i due quesiti posti rispettivamente da Massimiliano Ghizzi e Paolo Marcesini che ci hanno particolarmente colpito e fatto riflettere:

1 – L’agire quotidiano può influire sulla globalità dell’ambiente?

La risposta è si – ne è fermamente convinto il Presidente di Tea Spa, Massiliano Ghizzi – il quale sostiene che ciascuno di noi deve iniziare a ripensare a tutto il proprio agire in termini di sostenibilità. Evitare gli imballaggi, evitare gli sprechi e cambiare le proprie abitudini di consumatore per diventare più consapevole e privilegiare i prodotti che rispettano il nostro pianeta.

2 – Può un’impresa non avere come unico obiettivo il profitto?

Per rispondere a questa domanda ci vengono in aiuto tre fatti importanti successi nel 2015 che hanno cambiato la storia – come spiega Paolo Marcesini – direttore di Italia Circolare, quando ancora i temi che oggi, dopo solo 5 anni sono diventati “urgenti”, venivano trattati ad un livello di astrazione molto alto.

1 – Viene pubblicata l’Enciclica Laudato Sii di Papa Francesco, che rappresenta – come sostiene il direttore di Italia Circolare – il Saggio di economia Politica più significativo dal dopoguerra ad oggi;

2 – L’ONU diffonde i Sustainable Development Goals, programma sottoscritto dai governi dei 193 Paesi membri, che ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile.

3- Larry Fink, CEO di BlackRock, il più grande fondo di investimento mondiale, manda una lettera agli altri CEO mondiali nella quale sostiene che non può esistere sviluppo economico se non si crea uno sviluppo sostenibile.

Sono tre Istituzioni autorevoli che nello stesso anno si pronunciano su temi relativi alla Sostenibilità ed all’Ambiente e che incoraggiano alla transizione verso nuovi modelli di economia e di stato sociale.

Quindi la risposta alla domanda è: si le imprese devono ripensare il loro modo di fare utile, adottando un nuovo paradigma per il quale il flusso produttivo non è più il moltiplicarsi all’infinito del prodotto verso il consumatore, ma un ciclo che riporta indietro parte della materia prima che poi verrà trattata e riutilizzata in altre produzioni.

Infine gli interlocutori, si sono rivolti ai tanti studenti presenti in sala, identificandoli come chiave di volta per il futuro di questo nuovo modello economico e sociale, sono loro che ora ci chiedono di essere consumatori più consapevoli (es. Greta Thumberg – Friday for Future) e che in futuro ne diventeranno a loro volta i fautori.

 

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L’Homo Circularis

Non c'è vento a favore di un marinaio che non sa dove andare...

L’economia circolare è un modello di produzione e consumo che mira a preservare e gestire le risorse naturali.

Gli scarti e gli sprechi vengono considerati come vere e proprie risorse ad alto valore aggiunto, che sono reinserite in nuovi cicli produttivi.

In questo modo, l’economia circolare rappresenta un modello economico in grado di auto-generarsi e auto-alimentarsi, riducendo le emissioni inquinanti.

Il successo di questo approccio dipende da molti fattori, tra cui le scelte dei consumatori, che sono sicuramente determinanti per la diffusione o per l’insuccesso delle pratiche di sostenibilità.

 Le scelte di consumo sono talmente importanti da essere oggetto di studio ed analisi di varie discipline, con intenti e prospettive diverse.

Si pensi, ad esempio, all’Economia che da sempre pone al centro delle sue teorie il consumatore con il nome altisonante di Homo Oeconomicus.

Gli economisti hanno definito il rappresentante della società civile come un essere semplificato e stilizzato, che pur arricchendosi di caratteristiche varie nel corso dell’evolversi delle teorie economiche, è sempre stato idealizzato come un essere decisamente razionale, egoista, interessato principalmente a massimizzare la propria utilità.

Posto che ognuno di noi può vantare nel novero delle proprie conoscenze qualcuno con simili caratteristiche, l’Homo Oeconomicus va messo in guardia.

In una situazione di scarsità delle risorse e di degrado ambientale come quella attuale, pensando a massimizzare semplicemente la propria utilità, rischia di abbuffarsi oggi per morire di fame domani.  

Quale ruolo deve quindi assumere il consumatore ai fini del successo dell’economia circolare? 

Le statistiche dicono che è aumentata la sensibilità della società civile ai grandi temi legati alla sostenibilità e alla crisi climatica.

Perché questa maggiore sensibilità si traduca in sostegno concreto alle pratiche sostenibili è necessario un cambiamento.

Infatti, come diceva Albert Einstein: “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose“.

E quindi il consumatore deve trasformarsi in un Homo Circularis, partecipando al sistema, modificando il proprio stile di vita ed indirizzando con le proprie scelte di acquisto e con il proprio comportamento individuale le pratiche delle imprese e degli altri attori del sistema. 

Per definire i punti salienti di questa rivoluzione del consumo, si può prendere spunto dai concetti chiave dell’economia circolare.

 

Dalla raccolta differenziata al riciclo 

Il ruolo del consumatore è fondamentale nell’ eseguire una corretta divisione dei rifiuti domestici; una raccolta differenziata di qualità è alla base della possibilità di riutilizzare la “materia prima-seconda” proveniente dai rifiuti.

I rifiuti organici diventano compost, ritornando alla terra e chiudendo perfettamente il cerchio.

I rifiuti non organici costituiscono materia che, grazie a una buona dose di innovazione e lavorazione tecnologica, dà vita a nuovi prodotti.

Ad esempio, partendo dagli pneumatici non più utilizzati è possibile creare isolanti acustici o dalle bucce delle arance spremute un tessuto che è già utilizzato dalle case di moda.

 

Riuso e acquisto di prodotti ricondizionati (riparati e rigenerati)

Ci sono oggetti che smettono di essere utilizzati ben prima di essere a fine vita.

In alcuni casi, si tratta di beni che possono essere acquistati come usati (o ricevuti in dono) ed essere tranquillamente riutilizzati.

E’ il caso della moda dove il trend del riutilizzo va già alla grande soprattutto tra i Millenials.

Non dobbiamo pensare a mercatini delle pulci ma a capi selezionati, pezzi unici e capi firmati in ottimo stato.

Date un occhio alla piattaforma francese Vestiaire Collective o a TheRealReal di Stella McCartney.

Su Facebook ci sono gruppi ad hoc come “Te lo regalo se lo vieni a prendere”. In altri casi, si tratta di prodotti che, attraverso pratiche di ricondizionamento (ossia di riparazione e rigenerazione) più o meno importanti, vengono di nuovo messi in vendita. 7

Stiamo parlando ad esempio di prodotti hi-tech usati (smartphone, tablet, computer, stampanti e qualsiasi altro dispositivo elettronico) che vengono analizzati, riparati, perfettamente controllati, ripuliti, testati, re-imballati e rimessi in vendita a un prezzo concorrenziale.

Allungando la vita del prodotto, si ha un beneficio importante anche dal punto di vista ambientale con la diminuzione delle emissioni di CO2, dell’energia necessaria sia in fase di estrazione che di produzione, e della quantità di rifiuti prodotti. 

 

Dal possesso all’utilizzo: prodotto come servizio

Al posto di acquistare un prodotto, in taluni casi è possibile acquistare il servizio corrispondente.

Il cliente, più che un consumatore è un semplice utente del servizio reso dal prodotto e si libera della gestione degli aspetti legati, ad esempio, alla manutenzione.

Basti pensare all’alternativa all’acquisto dell’auto, proposta già oggi da diverse case automobilistiche come Toyota, che hanno attivato il leasing a breve tempo, con possibilità di restituzione o acquisto del mezzo.

 

Sharing o condivisione 

Attraverso piattaforme informatiche dedicate è possibile l’incontro tra chi mette a disposizione (guadagnandoci) determinati beni che possiede ma che non usa e chi (avendone bisogno per lavori specifici) può utilizzarli a prezzi contenuti.

Toolssharing è una piattaforma per condividere strumenti e macchinari da lavoro. Altri servizi del genere sono resi da Enjoy, ZigZag, Car2Go per la condivisione di auto e scooter.

I benefici sono evidenti se si pensa che un auto di proprietà viene usata per circa il 4% del suo tempo-vita mentre le auto condivise vengono usate per oltre il 45% del loro tempo vita.

 

Sostegno della filiera circolare

Le filiere circolari sono costituite da aziende che utilizzano input rinnovabili, riciclabili o biodegradabili, producendo energia rinnovabile in sostituzione di quella di origine fossile e materiali di natura biologica, come le bioplastiche, in sostituzione di input non rinnovabili.

Le aziende che entrano a far parte di una filiera circolare creano tra loro una serie di legami virtuosi che le portano a slegarsi dall’utilizzo di materie prime scarse.

Il consumatore può premiare tali aziende e filiere acquistando i loro prodotti.

Proprio per favorire la sensibilità a dare impulso alle iniziative sostenibili, l’Unione Europea si è impegnata a facilitare la trasparenza delle informazioni attraverso etichette verdi, la predisposizione di un marchio Ecolabel UE e il calcolo dell’impronta ambientale del prodotto in maniera da comunicare al consumatore tutte le indicazioni indispensabili per un acquisto responsabile. 

In conclusione, la cultura dell’Homo Circularis deve radicarsi nella consapevolezza che la materia seconda abbia qualità compatibili con quella prima, che l’economia circolare comporti vantaggi economici e sociali oltre che ambientali.

Non da ultimo, l’Economia Circolare va a contrastare la gestione criminale delle discariche.

Consumare meno, consumare meglio; consumare le risorse che si rigenerano in natura; risparmiare o recuperare le risorse destinate ad esaurirsi; riconvertire, insieme ai sistemi di produzione e consumo delle risorse materiali anche le risorse umane e le abitudini influenzate dalle mode consumiste, animate dall’egoismo dell’Homo Oeconomicus.

Nell’economia dell’abbondanza a cui siamo abituati può non essere semplice trovare l’incentivo ad assumere comportamenti utili a chiudere il cerchio. In parte, gli incentivi vanno trovati nella motivazione personale. 

In parte, gli incentivi (o disincentivi) devono venire dall’istituzione pubblica: incentivi e premi per chi adotta comportamenti virtuosi, multe per chi adotta comportamenti non sostenibili e soprattutto pianificazione e programmazione delle politiche da perseguire.

Perché non c’è vento a favore del marinaio che non sa dove andare…
 
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Le 5 attuali declinazioni dell’EC

Economia circolare: business models

Immagine by blog Sandro Zilli.it

L’economia circolare rappresenta un’opportunità per le aziende ed una grande promessa per l’ambiente: coniugare le esigenze di crescita, competitività, innovazione con le esigenze di decarbonizza­zione non solo è possibile, ma è anche un business.

Ci crede l’Unione Europea che stima in 600 miliardi di euro il potenziale annuale di riduzione dei costi per le industrie dovuto a preven­zione dei rifiuti, ecodesign e riutilizzo dei materiali.

Accenture, nota società di consulenza,  in collaborazione con il World Economic Forum ha stimato le opportunità legate all’economia in 4,5 trilioni di dollari al 2030 a livello globale.

Le op­portunità da cogliere sono legate all’eliminazione dei diversi tipi di spreco appannaggio dell’econo­mia lineare (approccio estrai-usa-getta), intendendo per “spreco” un concetto molto più ampio del semplice “rifiuto”.

Lo “spreco” infatti è anche inteso come sfruttamento solo parziale di risorse, capacità, potenzialità e valori, compresi quelli umano e sociale. 

———————-

Partendo da questi concetti è possibile identificare cinque modelli di business legati all’economia circolare, che oggi sono già adottati con successo da diverse imprese.

 

  • Filiera circolare 

E’ costituita da una sistema di aziende, partner o fornitrici, che coinvolge tutte le attività della supply chain, in particolare nelle fasi di approvvigionamento delle materie prime e distribuzione delle risorse e dei beni.

L’utilizzo di input rinnovabili, rici­clabili o biodegradabili in sostitu­zione di quelli lineari (ossia non rinnovabili, non riciclabili, non biodegrabili), permette di introdurre energia rinno­vabile in sostituzione di quella di origine fossile e materiali di natura biologica, come le bioplastiche, in sostituzione di input non rinnovabili.

Nel lungo periodo, tale sistema genera rapporti virtuosi tra le aziende della filiera, che vanno sempre di più a ridurre la loro dipendenza da risorse scarse e volatili.

Tra le aziende che hanno adottato tale business model si annoverano:

  1. Novvi, società che produce oli lubrificanti da canna da zucchero con performance compara­bili a quelle dei lubrificanti;
  2. Total Corbion, che produce PLA (Poly Lactic Acid), una biopla­stica con ridotto impatto di carbonio e possibili applicazioni nel packaging, nel settore automobilistico e tessile.

  • Recupero e riciclo

Più comunemente associato all’economia circolare, basato sulla salvaguardia, il recupero ed il riuti­lizzo di materia ed energia nascosta negli output produttivi e nei prodotti scartati.

Tutto ciò che era considerato uno scarto viene reintrodotto per altri usi, di fatto eliminando lo spreco di valore attraverso il riciclo e l’upcycling. Le soluzioni vanno dalla simbiosi industriale a modelli a circu­ito chiuso, di cui la logistica inversa rappresenta un punto nodale.

In questo modello, risulta cruciale è il comportamento del cliente finale.

Ad esempio, proprio attraverso il coinvolgimento dei clienti, Nike recupera le scarpe vecchie, creando un ulte­riore legame relazionale con loro, e le utilizza per creare materiali rigenerati, che diventano mate­ria prima per le nuove scarpe o per altre applicazioni come pavimenti per campi da gioco.

Ragionare sulla massimizzazione e recupero del valore del bene a fine vita, porta ovviamente con sé il ripensamento del design dei prodotti.

Altro esempio è costituito dalla nostrana Aquafil, che produce filati di nylon e che ha progettato un sistema per valorizzare il nylon di scarto. Attraverso l’istituzione di una catena di fornitura inversa, l’azienda ottiene materiali affidabili, ad esempio, dalle moquette disassemblate dai propri clienti.

 

  • L’estensione del ciclo di vita

Tale modello incentra la generazione del fatturato sull’allungamento del ciclo di vita del prodotto.

Fattore importantissimo è il ricondizionamento del prodotto (riparazione / manutenzione) sia da un punto di vista estetico che meccanico-funzionale.

La vendita del prodotto ricondizionato è rivolta ad un target di clienti sensibili al prezzo e che non ha problemi ad acquistare un prodotto “come nuovo”.

Un esempio calzante viene dal mondo della moda, dove H&M ha lanciato nel 2013 un programma globale di raccolta di vestiti a fine vita, in cambio di voucher da usare nei negozi del marchio.

H&M opera in collaborazione con I:CO, società specializzata nella selezione dei tessuti finalizzata al riuso (che porta ad esempio alla produzione di stracci commerciabili), alla rimessa in vendita come usato di qualità (rewear) e al riciclo per la produzione, ad esempio, di materiali isolanti nell’industria automobilistica.

Chi è appassionato di videogames conoscerà senz’altro il programma di acquisto, vendita, riparazione e riuso dei prodotti usciti dal mercato di GameStop. Le attività intraprese dall’azienda vanno dalla decodifica tecnologica (reverse engineerig) per gli apparecchi ritirati, al controllo della qualità al fine di evitare la consegna di prodotti imperfetti
ai clienti, al controllo della privacy che richiede numerose formattazioni. 

Infine, last but non least, va citata Reware, che ha il proprio core business nel prolungamento della vita dei computer dismessi, offerti successivamente ad imprese del terzo settore a prezzi super-convenienti.

 

  • Piattaforme di condivisione

Le piattaforme di condivisione indirizzano lo spreco di capa­cità in un luogo virtuale, dove entrano in contatto i proprietari dei prodotti e gli individui o le organizzazioni interes­sati ad usarli.

La piattaforma permette quindi di incrementare la fruibilità dei prodotti attraverso l’accesso condiviso.

La possibilità di massimiz­zare l’utilizzo dei beni ha un evidente beneficio in termini di “circolarità” e riduzione dell’impatto ambien­tale.

Il concetto della piattaforma di sharing ha applicazioni molto estese che possono riguardare sia aziende che utenti privati.

Floow2, ad esempio, è una piattaforma di condivisione B2B che permette di connettere domanda ed offerta di capacità in eccesso di attrezzatura e macchinari, così come di competenze sottoutilizzate.

 

  • Prodotto come servizio

Secondo questo modello di business, il bene resta di proprietà del produttore, il quale invece di vendere il prodotto, vende la sua performance (ovvero il servizio).

In altre parole, l’azienda produttrice amplia la propria offerta, che comprende il prodotto materiale ed i servizi necessari per mantenerlo in uso attraverso le fasi di progettazione, utilizzo, manutenzione, riutilizzo, rigenerazione e riciclo dello stesso.

Il cliente diventa un semplice utente del servizio reso dal prodotto e si libera della gestione di aspetti che non rappresentano il suo core business.

Qualche esempio? Invece che una lampadina, il cliente può comprare 10 mila ore di illuminazione

garantite. Basta rivolgersi alla società olandese Signify Philips. Il cambio pneumatici della flotta aziendale si fa in leasing con un accordo di perfomance. Michelin vende km percorsi con i propri pneumatici, mantenendo la proprietà delle gomme e quindi controllo e tutte le attività connesse sulla loro qualità.

Successivamente al ritiro per usura, la validità tecnica delle gomme viene estesa attraverso la ricostruzione o la riscolpitura per la rivendita.

Da sottolineare che la ricostruzione richiede la metà del materiale grezzo di gomma rispetto a quello richiesto per le gomme nuove, pur riuscendo a garantirne il 90% della performance.

———————

In generale, l’adozione di questo modello di business per le aziende ha portato alla ridu­zione del quantitativo di materia consumato stimato fino al 93%, con tassi di funzionamento degli impianti stimato al 99%.

 

Per concludere questa breve panoramica sui nuovi modelli di fare impresa, è doveroso sottolineare che il loro successo dipende anche da quanto, gli altri attori del sistema economico, sapranno fare la loro parte in questo processo di rivoluzione circolare.

Nel corso dei prossimi articoli parleremo quindi di consumo consapevole e di normativa sull’End of Waste.

 

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Nascita di un’impresa circolare

Immagine by facebook.com/impresacircolare/

Alcuni dei grandi problemi del nostro tempo riguardano senza dubbio le emissioni inquinanti a danno di terra, mare e aria nonché l’utilizzo di risorse presenti in natura in misura limitata. L’economia circolare rappresenta una possibile soluzione, che però richiede un cambiamento radicale, sistemi innovativi per (ri)pensare i processi produttivi e le abitudini di consumo.

Se l’economia lineare si fonda sul paradigma “estrai-produci-consuma-getta”, nell’economia circolare la parola d’ordine è rigenerare, assumendo che ogni scarto possa essere materia prima.

 

Ma cosa fanno le aziende che si rendono conto della pressione esercitata dalla progettazione industriale lineare, ossia degenerativa, sui limiti fisici della Terra?

 

La primissima reazione solitamente è non fare proprio niente. Del resto perché cambiare un modello di business che oggi garantisce ingenti ritorni economici? Tuttavia, i tempi stanno cambiando rapidamente. Se ne rendono conto soprattutto quelle aziende che intrattengono rapporti commerciali su scala globale, le cui forniture di prodotti agricoli, ad esempio, sono esposte sia quantitativamente che qualitativamente agli impatti dell’innalzamento delle temperature. Ebbene sì, i cambiamenti climatici costituiscono un rischio per l’impresa. E’ destinato a segnare un passaggio epocale l’annuncio di BlackRock, la più grande società di investimento al mondo, che d’ora in avanti impronterà le proprie scelte di investimento contro le aziende nemiche del clima e che moltiplicherà i propri sforzi a sostegno della green economy. Siamo di fronte al risveglio di ideali ambientalisti nei signori della finanza? Assolutamente no, quello che sta succedendo riguarda la presa di coscienza e la conseguente gestione del rischio climatico, potenzialmente produttivo di ingenti perdite finanziarie per le società di investimento e per le imprese.

 

Cosa fare quindi?

 

Quando l’azienda si rende conto che non fare niente non è più una strategia conveniente, inizia a fare ciò che ripaga, cioè a pianificare e a mettere in atto politiche di gestione del rischio oltre che ad implementare misure per l’efficienza ecologica che tagliano i costi o rafforzano l’azienda, come ad esempio tagliare le emissioni di inquinanti e ridurre l’uso di acqua.

Ma l’azienda comincia a fare sul serio solo quando inizia a fare la propria parte nella conversione alla sostenibilità. Alcuni esempi vengono dal mondo bancario. La banca sudafricana Nedbank e l’italianissima Banca Intesa sono già da tempo impegnate ad indirizzare una quota dell’erogazione di finanziamenti verso investimenti che promuovono obiettivi definiti sostenibili, caratterizzati ad esempio da basse emissioni di carbonio. Sorge comunque spontanea la domanda di come venga utilizzata la restante provvista fondi. Come capita quando si partecipa a una pizza in compagnia dove non si fanno conti separati, dopo che ognuno ha pagato quello che ritiene corretto, il conto complessivo non torna quasi mai. Così deve essere vista la domanda posta da molte aziende, che hanno iniziato il processo di conversione, ma che ancora chiedono quante tonnellate di co2 possono emettere o quanta acqua possono prelevare dalle falde. Domande in cui il punto non riguarda come “fare la propria parte” ma come “prendersi la propria parte” in un conto ambientale che alla fine non torna a discapito di tutti.

Fare la propria parte non è quindi ancora sufficiente. Quello che serve alle aziende è aprirsi a un vero e proprio cambio di mentalità e di strategia: l’obiettivo deve diventare non fare danni, ossia progettare prodotti, servizi, edifici e business che puntano ad un impatto ambientale nullo. Sembra impossibile? Niente è impossibile! Pensiamo ai cosiddetti “Zero Energy Building”, di cui è un esempio il Bullit Center, un edificio per uffici commerciali situato a Seattle, ufficialmente inaugurato nella Giornata della Terra, il 22 aprile 2013. Pur trovandosi in una città nota per essere molto piovosa, il centro usa pannelli solari e un impianto di geotermia per generare tutta l’energia che utilizza ogni anno. Un altro esempio è il caseificio della Nestlè a Jalisco in Messico, che soddisfa il fabbisogno di acqua facendo condensare il vapore rilasciato dal latte vaccino senza attingere alle falde.

 

Perché non andare oltre?

 

Spingersi oltre significa diventare una vera e propria impresa rigenerativa che, oltre ad implementare un business profittevole, è responsabile non solo di non fare danni ma di lasciare il mondo vivente in condizioni migliori di quelle in cui lo si ha trovato. Basta prendere spunto dalla natura per studiare e imitare i cicli della vita, il dare e l’avere, la morte e il rinnovamento, in cui ogni creatura diventa cibo per un’altra.

Ed è così, in questo percorso di presa di coscienza, cambiamento culturale e strategico fino al vero cambiamento di business che nasce l’impresa rigenerativa, l’impresa dell’economia circolare.

L’impresa rigenerativa funziona grazie a energie rinnovabili (sole, vento, onde, biomassa e fonti geotermiche) ed elimina tutte le sostanze chimiche tossiche e i rifiuti in base al principio “rifiuti uguali a materie prime”. La chiave per arrivare a questo è pensare che tutti i materiali appartengano a uno dei due possibili cicli di input: quelli biologici (suolo, vegetali, animali), in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici (plastica, materiali di sintesi, metalli), destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera.

Chi sta leggendo potrebbe pensare che tutto questo rappresenti solo una bella favola, per pochi imprenditori visionari e danarosi. Il prossimo articolo riguarderà allora i modelli di business che possono essere adottati dall’azienda circolare, guidata da imprenditori non visionari ma innovatori e coraggiosi.

 

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Cosa si intende per economia circolare?

La maggior parte delle persone associa l’economia circolare alla raccolta differenziata e al riciclo dei rifiuti.

Alcuni pensano che l’economia circolare più che rivoluzionaria sia vintage, dato che in sostanza veniva pratica dai nostri nonni ai tempi in cui non si buttava via niente e si recuperava tutto. 

Ma l’economia circolare non è solo questo. E’ molto di più. Ed è molto più affascinante.

Si può affermare che l’economia circolare rappresenta l’esatto contrario dell’approccio economico e produttivo attualmente dominante, ossia dell’economia lineare. 

Nell’economia lineare, le risorse entrano nei processi produttivi, vengono trasformate in prodotti e servizi che al termine del loro ciclo di vita diventano, almeno in parte, scarti da smaltire. Quanto sia annoso il problema della gestione degli scarti, sia per chi li produce sia per la nostra biosfera, ormai è risaputo. Estrai, produci, usa, getta. Questi sono i passaggi classici dell’economica lineare.

L’approccio di economia circolare, invece, si fonda su un modello di produzione e consumo che mira a preservare e gestire le risorse naturali, che vengono sì estratte, che entrano sì in un processo produttivo per essere trasformate in prodotti e servizi, ma che al termine del loro ciclo vitale danno origine non a scarti da smaltire bensì a nuove risorse per un nuovo, e potenzialmente diverso, processo produttivo.

La novità, potente e rivoluzionaria rispetto all’approccio lineare, sta nel considerare e trattare il residuo del prodotto come una vera e propria risorsa ad alto valore aggiunto, “estratta” da un precedente processo produttivo, che dà vita a nuovi prodotti e servizi, nel medesimo processo produttivo o in un diverso processo.

L’economia circolare altro non è, quindi, che un modello economico in grado di autogenerarsi e autoalimentarsi. Il che non è poca roba se pensiamo che uno dei grandi crucci del nostro tempo è la scarsità delle risorse naturali. Tutti abbiamo sentito parlare dell’“Earth Overshoot Day”, il giorno in cui si calcola che la domanda di risorse da parte del genere umano ecceda quanto la Terra sia in grado di rigenerare durante tutto l’anno. Ebbene, nel 2019 questa data è stata calcolata al 29 luglio. Ciò significa che a partire dal 30 luglio abbiamo iniziato ad erodere il tesoretto di risorse che il pianeta ha a disposizione. Come disse William Ruckelshaus, primo amministratore dell’Agenzia per la protezione ambientale degli USA, la natura ci fornisce un pranzo gratis, ma solo se controlliamo i nostri appetiti.


Come rendere possibile l’approccio di economia circolare? 

Per mettere a terra questo nuovo paradigma economico-produttivo, per quanto riguarda l’industria, è necessario partire dal design del prodotto che, già nella fase di progettazione, deve essere pensato per poter essere riutilizzato in tutte le sue parti. Detto in economia circolarese, il prodotto va progettato fin dall’inizio per poter essere di nuovo “materia prima”. Il che necessita di una buona dose di creatività ed ingegno, anche per quanto riguarda lo sviluppo di tecnologie e metodologie innovative che consentano di realizzare nuovi materiali e, tramite questi, di produrre beni e prodotti più durevoli e riciclabili con un minor consumo di risorse. 

Sembra impossibile? Allora sappiate che i brand dell’alta moda stanno già utilizzando un nuovo tipo di filato, realizzato a partire dalle bucce delle arance, scarto delle spremiture.

Ma questo ve lo racconteremo nei prossimi articoli. Stay tuned.

 

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Stay foolish! Stay circular!

Immagine by Blonde – Foolish (feat. Ryan Ashley) Official video

Ve lo ricordate il consiglio che ci ha lasciato Steve Jobs? Stay foolish! 

Imprimiamolo nelle nostre menti perché dovremo essere tutti un po’ foolish per affrontare le sfide che ci aspettano oggi per salvare il nostro pianeta in piena crisi climatica. Sfide che consistono nell’andare a cambiare almeno in parte il mondo che conosciamo, di cui Steve Jobs dopotutto è il simbolo: il mondo della crescita economica esponenziale, finalizzata e alimenta al tempo stesso dal consumismo sfrenato.

Bisognerà essere foolish per trovare nuovi modi di vivere, consumare e produrre, compatibili con la salvaguardia del pianeta e con l’esistenza degli esseri viventi, umani inclusi, che lo popolano. 

Foolish sarà innovare processi, prodotti, business e promuovere una vera rivoluzione culturale, sia dell’impresa sia dei consumatori. Foolish sarà fare tutto questo creando delle opportunità e non semplicemente distruggere delle (insostenibili) certezze. 

Chi si è appassionato (o spaventato) al tema già da qualche tempo saprà che una delle vie maestre d’uscita a questo inghippo planetario in cui ci siamo infilati è l’economia circolare che, tra i suoi innumerevoli pregi, permette di ridurre sensibilmente le emissioni inquinanti e l’utilizzo di risorse naturali scarse.