Le 5 attuali declinazioni dell’EC

Economia circolare: business models

Immagine by blog Sandro Zilli.it

L’economia circolare rappresenta un’opportunità per le aziende ed una grande promessa per l’ambiente: coniugare le esigenze di crescita, competitività, innovazione con le esigenze di decarbonizza­zione non solo è possibile, ma è anche un business.

Ci crede l’Unione Europea che stima in 600 miliardi di euro il potenziale annuale di riduzione dei costi per le industrie dovuto a preven­zione dei rifiuti, ecodesign e riutilizzo dei materiali.

Accenture, nota società di consulenza,  in collaborazione con il World Economic Forum ha stimato le opportunità legate all’economia in 4,5 trilioni di dollari al 2030 a livello globale.

Le op­portunità da cogliere sono legate all’eliminazione dei diversi tipi di spreco appannaggio dell’econo­mia lineare (approccio estrai-usa-getta), intendendo per “spreco” un concetto molto più ampio del semplice “rifiuto”.

Lo “spreco” infatti è anche inteso come sfruttamento solo parziale di risorse, capacità, potenzialità e valori, compresi quelli umano e sociale. 

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Partendo da questi concetti è possibile identificare cinque modelli di business legati all’economia circolare, che oggi sono già adottati con successo da diverse imprese.

 

  • Filiera circolare 

E’ costituita da una sistema di aziende, partner o fornitrici, che coinvolge tutte le attività della supply chain, in particolare nelle fasi di approvvigionamento delle materie prime e distribuzione delle risorse e dei beni.

L’utilizzo di input rinnovabili, rici­clabili o biodegradabili in sostitu­zione di quelli lineari (ossia non rinnovabili, non riciclabili, non biodegrabili), permette di introdurre energia rinno­vabile in sostituzione di quella di origine fossile e materiali di natura biologica, come le bioplastiche, in sostituzione di input non rinnovabili.

Nel lungo periodo, tale sistema genera rapporti virtuosi tra le aziende della filiera, che vanno sempre di più a ridurre la loro dipendenza da risorse scarse e volatili.

Tra le aziende che hanno adottato tale business model si annoverano:

  1. Novvi, società che produce oli lubrificanti da canna da zucchero con performance compara­bili a quelle dei lubrificanti;
  2. Total Corbion, che produce PLA (Poly Lactic Acid), una biopla­stica con ridotto impatto di carbonio e possibili applicazioni nel packaging, nel settore automobilistico e tessile.

  • Recupero e riciclo

Più comunemente associato all’economia circolare, basato sulla salvaguardia, il recupero ed il riuti­lizzo di materia ed energia nascosta negli output produttivi e nei prodotti scartati.

Tutto ciò che era considerato uno scarto viene reintrodotto per altri usi, di fatto eliminando lo spreco di valore attraverso il riciclo e l’upcycling. Le soluzioni vanno dalla simbiosi industriale a modelli a circu­ito chiuso, di cui la logistica inversa rappresenta un punto nodale.

In questo modello, risulta cruciale è il comportamento del cliente finale.

Ad esempio, proprio attraverso il coinvolgimento dei clienti, Nike recupera le scarpe vecchie, creando un ulte­riore legame relazionale con loro, e le utilizza per creare materiali rigenerati, che diventano mate­ria prima per le nuove scarpe o per altre applicazioni come pavimenti per campi da gioco.

Ragionare sulla massimizzazione e recupero del valore del bene a fine vita, porta ovviamente con sé il ripensamento del design dei prodotti.

Altro esempio è costituito dalla nostrana Aquafil, che produce filati di nylon e che ha progettato un sistema per valorizzare il nylon di scarto. Attraverso l’istituzione di una catena di fornitura inversa, l’azienda ottiene materiali affidabili, ad esempio, dalle moquette disassemblate dai propri clienti.

 

  • L’estensione del ciclo di vita

Tale modello incentra la generazione del fatturato sull’allungamento del ciclo di vita del prodotto.

Fattore importantissimo è il ricondizionamento del prodotto (riparazione / manutenzione) sia da un punto di vista estetico che meccanico-funzionale.

La vendita del prodotto ricondizionato è rivolta ad un target di clienti sensibili al prezzo e che non ha problemi ad acquistare un prodotto “come nuovo”.

Un esempio calzante viene dal mondo della moda, dove H&M ha lanciato nel 2013 un programma globale di raccolta di vestiti a fine vita, in cambio di voucher da usare nei negozi del marchio.

H&M opera in collaborazione con I:CO, società specializzata nella selezione dei tessuti finalizzata al riuso (che porta ad esempio alla produzione di stracci commerciabili), alla rimessa in vendita come usato di qualità (rewear) e al riciclo per la produzione, ad esempio, di materiali isolanti nell’industria automobilistica.

Chi è appassionato di videogames conoscerà senz’altro il programma di acquisto, vendita, riparazione e riuso dei prodotti usciti dal mercato di GameStop. Le attività intraprese dall’azienda vanno dalla decodifica tecnologica (reverse engineerig) per gli apparecchi ritirati, al controllo della qualità al fine di evitare la consegna di prodotti imperfetti
ai clienti, al controllo della privacy che richiede numerose formattazioni. 

Infine, last but non least, va citata Reware, che ha il proprio core business nel prolungamento della vita dei computer dismessi, offerti successivamente ad imprese del terzo settore a prezzi super-convenienti.

 

  • Piattaforme di condivisione

Le piattaforme di condivisione indirizzano lo spreco di capa­cità in un luogo virtuale, dove entrano in contatto i proprietari dei prodotti e gli individui o le organizzazioni interes­sati ad usarli.

La piattaforma permette quindi di incrementare la fruibilità dei prodotti attraverso l’accesso condiviso.

La possibilità di massimiz­zare l’utilizzo dei beni ha un evidente beneficio in termini di “circolarità” e riduzione dell’impatto ambien­tale.

Il concetto della piattaforma di sharing ha applicazioni molto estese che possono riguardare sia aziende che utenti privati.

Floow2, ad esempio, è una piattaforma di condivisione B2B che permette di connettere domanda ed offerta di capacità in eccesso di attrezzatura e macchinari, così come di competenze sottoutilizzate.

 

  • Prodotto come servizio

Secondo questo modello di business, il bene resta di proprietà del produttore, il quale invece di vendere il prodotto, vende la sua performance (ovvero il servizio).

In altre parole, l’azienda produttrice amplia la propria offerta, che comprende il prodotto materiale ed i servizi necessari per mantenerlo in uso attraverso le fasi di progettazione, utilizzo, manutenzione, riutilizzo, rigenerazione e riciclo dello stesso.

Il cliente diventa un semplice utente del servizio reso dal prodotto e si libera della gestione di aspetti che non rappresentano il suo core business.

Qualche esempio? Invece che una lampadina, il cliente può comprare 10 mila ore di illuminazione

garantite. Basta rivolgersi alla società olandese Signify Philips. Il cambio pneumatici della flotta aziendale si fa in leasing con un accordo di perfomance. Michelin vende km percorsi con i propri pneumatici, mantenendo la proprietà delle gomme e quindi controllo e tutte le attività connesse sulla loro qualità.

Successivamente al ritiro per usura, la validità tecnica delle gomme viene estesa attraverso la ricostruzione o la riscolpitura per la rivendita.

Da sottolineare che la ricostruzione richiede la metà del materiale grezzo di gomma rispetto a quello richiesto per le gomme nuove, pur riuscendo a garantirne il 90% della performance.

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In generale, l’adozione di questo modello di business per le aziende ha portato alla ridu­zione del quantitativo di materia consumato stimato fino al 93%, con tassi di funzionamento degli impianti stimato al 99%.

 

Per concludere questa breve panoramica sui nuovi modelli di fare impresa, è doveroso sottolineare che il loro successo dipende anche da quanto, gli altri attori del sistema economico, sapranno fare la loro parte in questo processo di rivoluzione circolare.

Nel corso dei prossimi articoli parleremo quindi di consumo consapevole e di normativa sull’End of Waste.

 

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