Sottoprodotto vs Materia Prima Seconda

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L’economia circolare punta alla rigenerazione della materia in un circolo virtuoso e potenzialmente infinito. Se l’approccio circolare venisse applicato a pieno regime, in linea teorica i rifiuti non esisterebbero, semplicemente perché non verrebbero prodotti.

Lo scarto di tipo organico torna alla terra se non ha un uso diverso. Lo scarto di tipo non organico torna ad essere materia del circolo virtuoso. Nell’economia circolare gli scarti hanno un valore tanto da cambiare nome. Si parla infatti di sottoprodotti e materia prima seconda.

Cerchiamo di capire cosa sono e, soprattutto, qual è la differenza tra i due.

Per sottoprodotto si intende un prodotto secondario della produzione industriale di altri prodotti, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto. Oltre a questo, la normativa specifica (crf. art. 184 bis del D.Lgs. 152/06) stabilisce altri tre requisiti che devono essere soddisfatti contemporaneamente che riguardano, in sintesi: la certezza dell’utilizzo del materiale da parte del produttore o di terzi; la possibilità che il materiale sia utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale; l’ulteriore utilizzo deve essere legale, ossia non comportare impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana.”

Chi deve curarsi di fornire gli elementi atti a dimostrare la sussistenza contemporanea delle condizioni richieste dalla normativa affinché un materiale possa essere considerato sottoprodotto e non rifiuto? Sicuramente il produttore e l’utilizzatore. E come devono farlo? Va dimostrata l’organizzazione e la continuità di un sistema di gestione, del quale fanno parte le fasi di deposito e trasporto, che, per tempi e per modalità, consenta l’identificazione e l’utilizzazione effettiva del sottoprodotto. A tal fine, l’esistenza di rapporti o impegni contrattuali tra il produttore del residuo, eventuali intermediari, e gli utilizzatori sono sicuramente rilevanti. Nel caso di assenza di veri e propri accordi, assume rilevanza la scheda tecnica predisposta dal produttore che evidenzia il rispetto delle condizioni del Decreto.

Perché mai un produttore di sottoprodotti dovrebbe imbarcarsi nel processo del loro riconoscimento come tali e non trattali semplicemente come rifiuti? Innanzitutto per preservare l’ambiente in cui viviamo! Ma anche per recuperare opportunità economiche: diminuire la quantità di rifiuti prodotti consente di diminuire i costi di smaltimento; ottenere un sottoprodotto in quanto vero e proprio prodotto commerciabile porta all’azienda un introito dalla vendita. Non dimentichiamoci infine delle comunicazioni aziendali, su base volontaria o obbligatoria a seconda dell’impresa, relative alle pratiche di sostenibilità adottate.

Per favorire lo scambio di sottoprodotti il Ministero dell’Ambiente ha istituito una piattaforma telematica alla quale possono iscriversi i produttori interessati a cedere residui produttivi qualificabili come sottoprodotti e gli utilizzatori di sottoprodotti interessati ad acquistarli per l’impiego nell’ambito della propria attività.

Qualche esempio di sottoprodotto? Il settore agro-alimentare costituisce uno dei comparti produttivi cui sono attribuite le più elevate produzioni di scarti a livello europeo. La fine di molti sottoprodotti del settore è legata alla produzione di bioenergie ma anche di mangimi per animali. Un altro esempio è costituito dal sale da salatura delle carni, che può essere utilizzato come antighiaccio per i manti stradali. Si pensi anche agli scarti dell’olio d’oliva, che sono ricchi di polifenoli, dall’azione antiossidante, e che potrebbero essere utilizzati in integratori alimentari e farmaci oppure arricchire preparati a base dello stesso olio d’oliva, generando superfood.

La materia prima seconda (MPS) rappresenta la Cenerentola della situazione, in quanto origina da materiale di scarto originariamente classificabile come rifiuto che, opportunamente trattato attraverso operazioni, che solitamente prevedono macinazione, lavaggio e vari stadi di asportazione delle frazioni indesiderate, si trasforma in materiale qualitativamente equiparabile alla materia prima. L’importante differenza con la materia prima è che la materia seconda non è scarsa. Il felice connubio tra rispetto e protezione dell’ambiente ed il recupero dei materiali di scarto consente di reinserire nel processo produttivo quelli che prima sarebbero stati rifiuti.

La definizione dei materia prima seconda è stata superata in realtà con l’introduzione del concetto di “end-of-waste” ossa di “cessazione della qualifica di rifiuto”, disciplinato dall’art. 184-ter del D.Lgs. 152/2006. La nuova normativa si riferisce all’intero processo di recupero eseguito su di un rifiuto, al termine del quale il materiale perde la qualifica di rifiuto e assume quella di prodotto. Alterne e contrastanti vicende giudiziali e legislative hanno portato a una nuova formulazione di questo articolo: le questioni più importanti hanno riguardato la riformulazione delle condizioni in base alle quali un rifiuto può cessare di essere tale e la necessità, in mancanza di criteri specifici, di richiedere le autorizzazioni agli enti regionali attraverso valutazioni caso per caso. Presso il Ministero dell’Ambiente è stata costituita una task force per i decreti ministeriali caso per caso e la realizzazione di una banca dati nazionale sulle autorizzazioni che vengono rilasciate e quelle che man mano dovranno adeguarsi in fase di rinnovo o riesame.

Alcuni esempi comuni di materia prima seconda sono: lo zolfo di scarto, ottenuto a seguito dell’estrazione dei metalli dai suoi composti metalliferi, che viene riutilizzato e venduto ad un prezzo più basso rispetto allo zolfo nativo; il materiale edile, derivante da demolizioni e frantumazione degli inerti, riutilizzabili con grandissima efficienza ed efficacia come prodotto, a grana diversa, per sottofondi, drenaggi, riempimenti nel settore edile.

Con la firma del secondo decreto “End of Waste” di inizio aprile smettono di finire smaltiti tra i rifiuti ed entrano a far parte dell’economia circolare come materia prima seconda anche gli pneumatici fuori uso. Questi materiali saranno trasformati in granuli da utilizzare nel settore degli asfalti stradali, nell’impiantistica sportiva, dell’edilizia e dell’arredo urbano.

Infine, è interessante citare la scoperta di un secondo uso delle trebbie, scarto della lavorazione della birra, che ritrovano nuova vita grazie a un processo di pressatura in birrificio e poi una successiva essiccazione ad alta efficienza energetica e di tempo. Grazie a questa lavorazione dalle trebbie si ottiene una farina ricca di proteine e fibre. Sostanze che riducono il rischio di malattia coronarica e stimolano la risposta antinfiammatoria dell’organismo. La farina prodotta può essere usata per produrre integratori oppure, in combinazione con altri ingredienti, prodotti da forno e snack.

Chi dovrebbe interessarsi al mondo dell’end of waste? Aziende innovatrici, altamente specializzate, interessate a trovare lavoro e spazio in un mercato ancora da conquistare.

Ovviamente l’economia circolare non è solo recupero di scarti. Ma pensando a questo ambito in particolare si può definire la morale della favola dell’economia circolare: non si butta via niente!

.ti guardi allo specchio e ti dai del deficiente

perché lo sai che della vita non si butta via niente.

(MINA)

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Bankers&Co

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La sfida del nostro tempo è la transizione ad un’economia sostenibile.

Dopo questo periodo di stand-by torneremo alla normalità? O riusciremo a capire che quella che era la normalità si è rivelata essere un problema? Riusciremo a pianificare la strategia per ridurre le alterazioni dell’ambiente?

Dobbiamo contrastare ed abbandonare le attività che causano perdita di biodiversità, alterazione degli habitat e cambiamenti climatici. Per farlo in maniera impattante è fondamentale arrivare a un paradigma economico circolare, ossia processi industriali ed agricoli sostenibili, che ricorrono a fonti energetiche rinnovabili.

Sono già molte le imprese, grandi e meno grandi, convinte che il futuro sia circolare. Negli ultimi anni sono fiorite anche molte start-up che prestano l’innovazione tecnologica alla causa, presentando idee che vanno da materiali tecnologicamente avanzati, abili ad essere riciclati/riusati, a nuove fonti di energia pulita. Oggi il modello circolare funziona soprattutto grazie alla cooperazione all’interno di settori e filiere, al sostegno di filantropi, come la Ellen MacArthur Foundation, e di alcuni pionieri del mondo del finanza.

 

Cosa serve perché l’economia circolare esploda a livello di sistema?

 

Tra le diverse cose, è sicuramente fondamentale che arrivi il sostegno massiccio di investitori e di finanziatori.

Per far sì che ciò sia possibile, occorre comprendere l’impatto che il paradigma economico circolare sviluppa sui profili di rischio degli assets, abbassandoli, e la conseguente generazione di combinazioni rischio-rendimento che possono essere associate agli asset circolari. Occorre superare definitivamente la logica dello “short termism”, ossia della ricerca di alti profitti nel breve termine. Occorrono “capitali pazienti”, investiti con una visione di lungo termine in progetti capaci di riconoscere, oltre al profitto, l’evidente connessione tra sfide ambientali e sfide sociali.

L’Institute for Sustainability Leadership, della prestigiosa Università di Cambridge, ha dedicato uno studio al ruolo che il sistema bancario può ricoprire nell’accelerare la transizione a un’economia sostenibile.

Nella teoria dell’intermediazione finanziaria le banche hanno il ruolo di moltiplicatore di denaro grazie al loro ruolo di intermediari di capitali ma anche di relazioni.

In quanto intermediaria di capitali, la banca può esporsi direttamente nei confronti della clientela erogando finanziamenti collegati ad esempio agli indicatori di sostenibilità, i cosiddetti SDGs ( che però non sono ancora collegati a concetti prettamente circolari).

Le varie forme di finanziamento potrebbero correlare il livello del tasso di interesse al raggiungimento di un determinato KPI. La provvista può essere ottenuta dalla banca mediante emissione di green bond o di transition bond, strumenti di debito finalizzati specificamente al finanziamento di progetti ad hoc, oppure tramite la realizzazione di cartolarizzazioni sintetiche.

E’ chiaro che la banca dovrà orientarsi su un terreno in parte nuovo se pensiamo che l’impresa circolare, a differenza di quella lineare, mette in pratica modelli di business che divengono redditizi mediamente in periodi più a lungo termine.

In quanto intermediari di relazioni, la banca potrebbe accompagnare le imprese circolari a realizzare i propri progetti avvalendosi del proprio network e dei propri partner. Potrebbero nascere partnership e sponsorship, in cui le varie esperienze e competenze sono messe a disposizione per la realizzazione dell’iniziativa circolare.

Un importante esempio di “collaborative financing”, che ha portato alla realizzazione di una piantagione di gomma su terreni degradati e permesso di recuperare 88 mila ettari di terreno nonché 16 mila posti di lavoro, è citato dal gruppo di lavoro dell’Università di Cambridge.

L’operazione, denominata “The Tropical Landscape Finance Facility (TLFF), è stata strutturata sul mercato con l’emissione di un sustainability bond ed è stata resa possibile grazie ai rapporti intercorrenti tra un’importante banca francese, Michelin e agenzie per lo sviluppo come il Development Finance Institutions (DFIs).

Altre strade innovative da percorrere per raccogliere fondi sotto forma di equity sono rappresentate da venture capital, forma tipica di fundraising per le imprese innovative e ad alto potenziale di crescita, dall’equity crowfunding, che permette di raccogliere fondi di modesta entità da un numero elevato di investitori utilizzando piattaforme ad hoc, e dagli incubatori, organizzazioni che offrono capitale ad aziende selezionate con criteri di governance responsabile e valutazione di impatti sociali e ambientali positivi.

Lascia sperare in una trasformazione della finanza, la ormai storica lettera che Larry Fink, CEO di BlackRock, ha indirizzato agli investitori per annunciare l’intenzione di rendere la sostenibilità parte integrante della costruzione dei portafogli e del risk management.

L’introduzione degli SDGs, avvenuta ad ottobre 2017, ha rappresentato un importante avanzamento per dotare gli investitori di un lessico comune che consenta loro di progredire verso un sistema di misurazione degli impatti che l’essere sostenibili consente di ottenere.

E’ importante pertanto sviluppare approcci che riconoscano e misurino la circolarità e che includano fattori di rischio lineari nei processi di valutazione e di risk assessment. Serve uno standard unico e univoco per dare punteggi ambientali ai progetti e agli investimenti.

A tal proposito è stato fatto un primo passo con la pubblicazione del rapporto del Gruppo di esperti UE sulla finanza sostenibile sul “sistema di classificazione per le attività economiche sostenibili”. Questo primo “elenco verde” servirà a classificare dal punto di vista finanziario le attività e il rapporto sugli standard per il Green Bond. Il prossimo obiettivo della Commissione è definire il quadro normativo collegato.

In tutto questo, è fondamentale che la finanza non investa in progetti non sostenibili o ingannevolmente sostenibili (green-washing e window-washing). Le imprese circolari possono aiutare gli investitori a riconoscerle presentando una disclosure di bilancio quanto più esplicativa della natura della propria attività e dei propri prodotti/servizi, della gestione dei rischi connessi e dei benefici che si attende di ottenere. Possono fare molto anche gli investitori finali domandando e scegliendo proposte di investimento sostenibili, con esplicito riferimento all’economia circolare.

Ipotizzando quindi un atteggiamento proattivo di esponenti della finanza, imprese circolari ed investitori finali, nella realizzazione di una vision e di una strategia comune sostenibile, manca ancora un ingrediente. Per svelarlo è bello richiamare il passaggio di un romanzo svedese, più volte ripreso da Barricco. Una regina che voleva imparare ad andare a cavallo, salì in groppa al destriero e chiese sprezzante al maestro di equitazione se ci fossero regole da rispettare. La risposta fu: la prima regola è prudenza; la seconda è AUDACIA.

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Cosa resterà…

RIFLESSIONI DALLA QUARANTENA – IN UN VENERDI’ 13 – DI UN ANNO BISESTILE – CON IN ATTO UNA PANDEMIA ( Andrà tutto bene? )

Photo by Yulia Gadalina on Unsplash

Surreale. Questa situazione è surreale. Strade vuote, negozi e mercati chiusi, città deserte e tutto sembra essere stato ricoperto da un velo di silenzio.
La sensazione di un’apocalisse imminente ci pervade e ci lascia attoniti. Gli sguardi sono preoccupati, gli animi sono agitati, ciascuno dietro la propria mascherina va per la sua strada perchè tutti hanno paura.

Ci viene in mente il gingle della canzone di Raf (uscita nel lontanissimo 1989!)

“Cosa resterà…
…chi la scatterà la fotografia”

Eh si, cosa resterà di quello che eravamo fino a ieri?

La cosa certa è che noi esseri umani non saremo più gli stessi. Quello che ci sta succedendo ci fa capire che non siamo isole e la solidarietà dovrà essere necessariamente alla base dei nostri futuri rapporti, ci fa capire che non esistono nè muri nè confini perchè il COVID-19 li ha attraversati tutti.

L’esperienza che viviamo ci fa porre l’attenzione anche al fatto che i grossi squilibri che si sono prodotti nel pianeta, a causa dello sfruttamento intensivo delle sue risorse, ci hanno portato ad un punto di non ritorno.

Quindi, vogliamo scattarla noi questa fotografia e vorremmo che tutta l’umanità se la tenesse sempre davanti agli occhi perché potrebbe rappresentare il punto zero. Il punto dal quale ripartire. Il pandemico Reset.

Andrà tutto bene quindi?

Dipende. Di certo chi sopravviverà alla pandemia, dovrà inevitabilmente cambiare il modo di percepire il mondo che lo circonda, dovrà cominciare seriamente nel proprio quotidiano a rispettare gli altri ed il pianeta e lavorare per cercare di ristabilire quelle leggi naturali che attualmente risultano alterate e che con tutta probabilità hanno contribuito alla propagazione di questa tipologia di fenomeni di distruzione di massa.

Chi sopravviverà dovrà ripartire con la consapevolezza che la globalizzazione ha annullato le distanze e cancellato i confini accomunando le sorti di tutti gli esseri umani.

Quindi andrà tutto bene soltanto se si cominceranno a mettere in pratica con fermezza ed a livello planetario l’insieme di tutte le buone pratiche che già ora mirano a salvaguardare quello che di intatto è rimasto nel martoriato pianeta Terra.

Detto in altre parole: Andrà tutto bene se si passerà definitivamente ad un’ Economia di tipo Circolare.

Sarà proprio questa la chiave di volta che consentirà all’umanità di preservarsi, tentando di ritornare in simbiosi con i ritmi naturali della Terra.

Detto ancora in altre parole: Andrà tutto bene se chi sopravviverà si trasformerà in HOMO CIRCULARIS.

Per chi vorrà approfondire l’argomento ed iniziare già da ora a metterne in pratica i principi , rimandiamo ad alcuni link utili:

Cosa si intende per Economia Circolare? fonte GetItCircular.eu

Che cos’è l’Economia Circolare fonte economiacircolare.com

I fondamenti dell’economia Circolare fonte comitatoscientifico.org

What is the Circular Economy? fonte ellenmacarthurfoundation.org

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I Forum Sostenibilità

I FORUM SOSTENIBILITA'

I Forum Sostenibilità
Teatro Bibiena - Mantova 22/02/2020

Si è tenuta sabato scorso 22 febbraio la presentazione del I Forum Sostenibilità organizzato da Tea Spa.

L’evento, si è aperto con le note di “Malguena” suonata al pianoforte dal maestro Luca Passarella.

Ed è proprio sul “DO” di questo flamenco, un “DO” lungo, mantenuto nel tempo che il giornalista

Simone Spetia de “il Sole 24 ore” introduce questo importante evento.

Perchè un “DO” mantenuto nel tempo?

Perchè quel “DO”, trasferito all’argomento del convegno, rappresenta la capacità della terra di sopportare, ma anche di mantenere nel tempo, il peso dello sfruttamento delle sue risorse da parte dell’uomo.

Quel tempo sta finendo…quel “Do” si sta assopendo…è tempo di agire quindi, è tempo di pensare a nuovi modelli di sviluppo sostenibile  – nel tempo – da parte del nostro pianeta.

Parte così questo convegno, che preannuncia un evento ancora più importante che si terrà sempre a Mantova il 23 maggio 2020, nell’ambito della manifestazione Food&Scienze.

Nella splendida cornice del Teatro Bibiena, abbiamo avuto la possibilità di attingere a molti spunti interessanti.

Gli interventi che si sono succeduti ci hanno dato una chiara idea che lo sviluppo sostenibile è il futuro della nostra umanità, ma sarà sicuramente il futuro della nostra comunità mantovana.

Si vuole infatti che Mantova diventi “Circolare”, ovvero una sorta di “Case Study” della sostenibilità ambientale.

Le idee che stanno nascendo sono quelle di:

  • costituire un osservatorio per le “Best Practices” della sostenibilità,
  • avvicinarsi alle Università per portare avanti progetti di R&D sui temi relativi all’Economia Circolare ed alla Sostenibilità,
  • costruire impianti per il trattamento del rifiuto organico al fine di trasformarlo in materia prima e seconda,
  • creare una rete tra scuola, imprese, enti pubblici e start-up innovative,

tutto questo al fine di generare una rete di eccellenze, che rappresenti un “faro” per le altre realtà italiane che si avvicineranno a questi importanti temi in futuro.

A questo proposito sarà anche istituito, da Tea Spa, ormai per l’anno 2021, “Il Primo Premio Sostenibilità”, destinato alle eccellenze mantovane che nelle tre categorie: Scuole, Enti Pubblici ed Imprese si distingueranno nella realizzazione di progetti per la Sostenibilità.   

Tornando alla scaletta dell’evento, sul palco si sono succeduti:

  • Beniamino Morselli, presidente della Provincia di Mantova;
  • Andrea Murari, Assessore all’Ambiente del Comune di Mantova;
  • Massimiliano Ghizzi, presidente della Multiutility Tea Spa;
  • Marco Frey, Professore Universitario e Presidente di Symbola;
  • Paolo Marcesini, Direttore della testata giornalistica Italia Circolare.

Tutti gli interventi hanno fornito spunti molto interessanti su questo nuovo paradigma di Economia Circolare e Sviluppo Sostenibile che sta pian piano prendendo piede nelle nostre coscienze di consumatori, e non starò qui a descrivere pedissequamente i contenuti che ciascuno dei relatori ha portato all’attenzione degli stakeholders,

bensì riporterò di seguito i due quesiti posti rispettivamente da Massimiliano Ghizzi e Paolo Marcesini che ci hanno particolarmente colpito e fatto riflettere:

1 – L’agire quotidiano può influire sulla globalità dell’ambiente?

La risposta è si – ne è fermamente convinto il Presidente di Tea Spa, Massiliano Ghizzi – il quale sostiene che ciascuno di noi deve iniziare a ripensare a tutto il proprio agire in termini di sostenibilità. Evitare gli imballaggi, evitare gli sprechi e cambiare le proprie abitudini di consumatore per diventare più consapevole e privilegiare i prodotti che rispettano il nostro pianeta.

2 – Può un’impresa non avere come unico obiettivo il profitto?

Per rispondere a questa domanda ci vengono in aiuto tre fatti importanti successi nel 2015 che hanno cambiato la storia – come spiega Paolo Marcesini – direttore di Italia Circolare, quando ancora i temi che oggi, dopo solo 5 anni sono diventati “urgenti”, venivano trattati ad un livello di astrazione molto alto.

1 – Viene pubblicata l’Enciclica Laudato Sii di Papa Francesco, che rappresenta – come sostiene il direttore di Italia Circolare – il Saggio di economia Politica più significativo dal dopoguerra ad oggi;

2 – L’ONU diffonde i Sustainable Development Goals, programma sottoscritto dai governi dei 193 Paesi membri, che ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile.

3- Larry Fink, CEO di BlackRock, il più grande fondo di investimento mondiale, manda una lettera agli altri CEO mondiali nella quale sostiene che non può esistere sviluppo economico se non si crea uno sviluppo sostenibile.

Sono tre Istituzioni autorevoli che nello stesso anno si pronunciano su temi relativi alla Sostenibilità ed all’Ambiente e che incoraggiano alla transizione verso nuovi modelli di economia e di stato sociale.

Quindi la risposta alla domanda è: si le imprese devono ripensare il loro modo di fare utile, adottando un nuovo paradigma per il quale il flusso produttivo non è più il moltiplicarsi all’infinito del prodotto verso il consumatore, ma un ciclo che riporta indietro parte della materia prima che poi verrà trattata e riutilizzata in altre produzioni.

Infine gli interlocutori, si sono rivolti ai tanti studenti presenti in sala, identificandoli come chiave di volta per il futuro di questo nuovo modello economico e sociale, sono loro che ora ci chiedono di essere consumatori più consapevoli (es. Greta Thumberg – Friday for Future) e che in futuro ne diventeranno a loro volta i fautori.

 

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Nascita di un’impresa circolare

Immagine by facebook.com/impresacircolare/

Alcuni dei grandi problemi del nostro tempo riguardano senza dubbio le emissioni inquinanti a danno di terra, mare e aria nonché l’utilizzo di risorse presenti in natura in misura limitata. L’economia circolare rappresenta una possibile soluzione, che però richiede un cambiamento radicale, sistemi innovativi per (ri)pensare i processi produttivi e le abitudini di consumo.

Se l’economia lineare si fonda sul paradigma “estrai-produci-consuma-getta”, nell’economia circolare la parola d’ordine è rigenerare, assumendo che ogni scarto possa essere materia prima.

 

Ma cosa fanno le aziende che si rendono conto della pressione esercitata dalla progettazione industriale lineare, ossia degenerativa, sui limiti fisici della Terra?

 

La primissima reazione solitamente è non fare proprio niente. Del resto perché cambiare un modello di business che oggi garantisce ingenti ritorni economici? Tuttavia, i tempi stanno cambiando rapidamente. Se ne rendono conto soprattutto quelle aziende che intrattengono rapporti commerciali su scala globale, le cui forniture di prodotti agricoli, ad esempio, sono esposte sia quantitativamente che qualitativamente agli impatti dell’innalzamento delle temperature. Ebbene sì, i cambiamenti climatici costituiscono un rischio per l’impresa. E’ destinato a segnare un passaggio epocale l’annuncio di BlackRock, la più grande società di investimento al mondo, che d’ora in avanti impronterà le proprie scelte di investimento contro le aziende nemiche del clima e che moltiplicherà i propri sforzi a sostegno della green economy. Siamo di fronte al risveglio di ideali ambientalisti nei signori della finanza? Assolutamente no, quello che sta succedendo riguarda la presa di coscienza e la conseguente gestione del rischio climatico, potenzialmente produttivo di ingenti perdite finanziarie per le società di investimento e per le imprese.

 

Cosa fare quindi?

 

Quando l’azienda si rende conto che non fare niente non è più una strategia conveniente, inizia a fare ciò che ripaga, cioè a pianificare e a mettere in atto politiche di gestione del rischio oltre che ad implementare misure per l’efficienza ecologica che tagliano i costi o rafforzano l’azienda, come ad esempio tagliare le emissioni di inquinanti e ridurre l’uso di acqua.

Ma l’azienda comincia a fare sul serio solo quando inizia a fare la propria parte nella conversione alla sostenibilità. Alcuni esempi vengono dal mondo bancario. La banca sudafricana Nedbank e l’italianissima Banca Intesa sono già da tempo impegnate ad indirizzare una quota dell’erogazione di finanziamenti verso investimenti che promuovono obiettivi definiti sostenibili, caratterizzati ad esempio da basse emissioni di carbonio. Sorge comunque spontanea la domanda di come venga utilizzata la restante provvista fondi. Come capita quando si partecipa a una pizza in compagnia dove non si fanno conti separati, dopo che ognuno ha pagato quello che ritiene corretto, il conto complessivo non torna quasi mai. Così deve essere vista la domanda posta da molte aziende, che hanno iniziato il processo di conversione, ma che ancora chiedono quante tonnellate di co2 possono emettere o quanta acqua possono prelevare dalle falde. Domande in cui il punto non riguarda come “fare la propria parte” ma come “prendersi la propria parte” in un conto ambientale che alla fine non torna a discapito di tutti.

Fare la propria parte non è quindi ancora sufficiente. Quello che serve alle aziende è aprirsi a un vero e proprio cambio di mentalità e di strategia: l’obiettivo deve diventare non fare danni, ossia progettare prodotti, servizi, edifici e business che puntano ad un impatto ambientale nullo. Sembra impossibile? Niente è impossibile! Pensiamo ai cosiddetti “Zero Energy Building”, di cui è un esempio il Bullit Center, un edificio per uffici commerciali situato a Seattle, ufficialmente inaugurato nella Giornata della Terra, il 22 aprile 2013. Pur trovandosi in una città nota per essere molto piovosa, il centro usa pannelli solari e un impianto di geotermia per generare tutta l’energia che utilizza ogni anno. Un altro esempio è il caseificio della Nestlè a Jalisco in Messico, che soddisfa il fabbisogno di acqua facendo condensare il vapore rilasciato dal latte vaccino senza attingere alle falde.

 

Perché non andare oltre?

 

Spingersi oltre significa diventare una vera e propria impresa rigenerativa che, oltre ad implementare un business profittevole, è responsabile non solo di non fare danni ma di lasciare il mondo vivente in condizioni migliori di quelle in cui lo si ha trovato. Basta prendere spunto dalla natura per studiare e imitare i cicli della vita, il dare e l’avere, la morte e il rinnovamento, in cui ogni creatura diventa cibo per un’altra.

Ed è così, in questo percorso di presa di coscienza, cambiamento culturale e strategico fino al vero cambiamento di business che nasce l’impresa rigenerativa, l’impresa dell’economia circolare.

L’impresa rigenerativa funziona grazie a energie rinnovabili (sole, vento, onde, biomassa e fonti geotermiche) ed elimina tutte le sostanze chimiche tossiche e i rifiuti in base al principio “rifiuti uguali a materie prime”. La chiave per arrivare a questo è pensare che tutti i materiali appartengano a uno dei due possibili cicli di input: quelli biologici (suolo, vegetali, animali), in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici (plastica, materiali di sintesi, metalli), destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera.

Chi sta leggendo potrebbe pensare che tutto questo rappresenti solo una bella favola, per pochi imprenditori visionari e danarosi. Il prossimo articolo riguarderà allora i modelli di business che possono essere adottati dall’azienda circolare, guidata da imprenditori non visionari ma innovatori e coraggiosi.

 

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Cosa si intende per economia circolare?

La maggior parte delle persone associa l’economia circolare alla raccolta differenziata e al riciclo dei rifiuti.

Alcuni pensano che l’economia circolare più che rivoluzionaria sia vintage, dato che in sostanza veniva pratica dai nostri nonni ai tempi in cui non si buttava via niente e si recuperava tutto. 

Ma l’economia circolare non è solo questo. E’ molto di più. Ed è molto più affascinante.

Si può affermare che l’economia circolare rappresenta l’esatto contrario dell’approccio economico e produttivo attualmente dominante, ossia dell’economia lineare. 

Nell’economia lineare, le risorse entrano nei processi produttivi, vengono trasformate in prodotti e servizi che al termine del loro ciclo di vita diventano, almeno in parte, scarti da smaltire. Quanto sia annoso il problema della gestione degli scarti, sia per chi li produce sia per la nostra biosfera, ormai è risaputo. Estrai, produci, usa, getta. Questi sono i passaggi classici dell’economica lineare.

L’approccio di economia circolare, invece, si fonda su un modello di produzione e consumo che mira a preservare e gestire le risorse naturali, che vengono sì estratte, che entrano sì in un processo produttivo per essere trasformate in prodotti e servizi, ma che al termine del loro ciclo vitale danno origine non a scarti da smaltire bensì a nuove risorse per un nuovo, e potenzialmente diverso, processo produttivo.

La novità, potente e rivoluzionaria rispetto all’approccio lineare, sta nel considerare e trattare il residuo del prodotto come una vera e propria risorsa ad alto valore aggiunto, “estratta” da un precedente processo produttivo, che dà vita a nuovi prodotti e servizi, nel medesimo processo produttivo o in un diverso processo.

L’economia circolare altro non è, quindi, che un modello economico in grado di autogenerarsi e autoalimentarsi. Il che non è poca roba se pensiamo che uno dei grandi crucci del nostro tempo è la scarsità delle risorse naturali. Tutti abbiamo sentito parlare dell’“Earth Overshoot Day”, il giorno in cui si calcola che la domanda di risorse da parte del genere umano ecceda quanto la Terra sia in grado di rigenerare durante tutto l’anno. Ebbene, nel 2019 questa data è stata calcolata al 29 luglio. Ciò significa che a partire dal 30 luglio abbiamo iniziato ad erodere il tesoretto di risorse che il pianeta ha a disposizione. Come disse William Ruckelshaus, primo amministratore dell’Agenzia per la protezione ambientale degli USA, la natura ci fornisce un pranzo gratis, ma solo se controlliamo i nostri appetiti.


Come rendere possibile l’approccio di economia circolare? 

Per mettere a terra questo nuovo paradigma economico-produttivo, per quanto riguarda l’industria, è necessario partire dal design del prodotto che, già nella fase di progettazione, deve essere pensato per poter essere riutilizzato in tutte le sue parti. Detto in economia circolarese, il prodotto va progettato fin dall’inizio per poter essere di nuovo “materia prima”. Il che necessita di una buona dose di creatività ed ingegno, anche per quanto riguarda lo sviluppo di tecnologie e metodologie innovative che consentano di realizzare nuovi materiali e, tramite questi, di produrre beni e prodotti più durevoli e riciclabili con un minor consumo di risorse. 

Sembra impossibile? Allora sappiate che i brand dell’alta moda stanno già utilizzando un nuovo tipo di filato, realizzato a partire dalle bucce delle arance, scarto delle spremiture.

Ma questo ve lo racconteremo nei prossimi articoli. Stay tuned.

 

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